In quasi tutte le scuole italiane la parola sanscrita che si sente per prima è asana, e la seconda è il nome di una postura. In un corso di formazione, se si chiede quante posizioni siano descritte negli Yoga Sutra, la risposta più frequente oscilla fra dieci e ottantaquattro. La risposta esatta è zero: nel testo non compare il nome di nessuna postura.
All’asana sono dedicati tre aforismi su quasi duecento, ed è il terzo elemento di una sequenza che ne conta otto. Prima vengono due gruppi di regole di comportamento e di atteggiamento; dopo vengono il respiro, il ritiro dei sensi e i tre stadi dell’attenzione. Chi lavora solo sul corpo sta praticando un ottavo di un impianto, e non il primo.
Questo non rende meno seria la pratica posturale, che ha una storia sua e ragioni proprie. Rende però discutibile l’abitudine di citare Patanjali per legittimarla. Vale la pena vedere che cosa dice davvero il testo, aforisma per aforisma, e quali conseguenze concrete ne derivano per chi si mette sul tappetino tre volte a settimana.
In breve: dove sta l’asana nel testo
- Posizione nella sequenza: terza su otto, dopo yama e niyama, prima di pranayama.
- Spazio dedicato: tre aforismi, dal 46 al 48 della seconda sezione.
- Definizione: sthira sukham asanam, la posizione è ferma e agevole. Nessun elenco, nessun nome, nessuna descrizione anatomica.
- Metodo indicato: allentare lo sforzo e portare l’attenzione a ciò che non ha limite.
- Risultato dichiarato: non essere più colpiti dalle coppie di opposti, caldo e freddo, piacere e dolore.
- Conseguenza pratica: l’asana serve a rendere possibile la seduta prolungata, non a produrre una forma.
Che cos’è, materialmente, lo Yoga Sutra
Si tratta di una raccolta di aforismi brevissimi, centonovantacinque o centonovantasei secondo le edizioni, divisi in quattro sezioni chiamate pada. La prima riguarda la concentrazione, la seconda la pratica, la terza le facoltà che ne derivano, la quarta la liberazione. Molti aforismi sono lunghi tre o quattro parole: sono appunti da memorizzare, non un trattato discorsivo.
La datazione resta discussa. Gli studiosi collocano il testo in un arco ampio, fra il secondo secolo prima dell’era comune e il quinto dopo, con la proposta oggi più accreditata attorno al quarto o quinto secolo. Anche l’identità di Patanjali è incerta, e una parte della ricerca ritiene che il nome copra una tradizione più che una persona.
Il testo non si è mai letto da solo. Circola insieme al commento attribuito a Vyasa, che spiega ogni aforisma e ne fissa l’interpretazione per i secoli successivi, e a una catena di commenti più tardi. Quando qualcuno dice che gli Yoga Sutra affermano qualcosa, nove volte su dieci sta citando un commentatore, non gli aforismi.
Le otto arti dello yoga secondo Patanjali, in ordine
La sequenza compare nel ventinovesimo aforisma della seconda sezione. Il termine sanscrito è anga, che significa membro o arto: da qui le otto arti dello yoga, rese in italiano anche come otto membra o otto stadi. Il nome complessivo dell’impianto è ashtanga, letteralmente otto membra.
| Ordine | Termine | Traduzione corrente | Dove nel testo |
|---|---|---|---|
| 1 | Yama | Astensioni verso gli altri | Seconda sezione, 30-31 |
| 2 | Niyama | Osservanze verso di sé | Seconda sezione, 32 |
| 3 | Asana | Posizione seduta stabile | Seconda sezione, 46-48 |
| 4 | Pranayama | Regolazione del respiro | Seconda sezione, 49-53 |
| 5 | Pratyahara | Ritiro dei sensi | Seconda sezione, 54-55 |
| 6 | Dharana | Concentrazione su un punto | Terza sezione, 1 |
| 7 | Dhyana | Flusso continuo dell’attenzione | Terza sezione, 2 |
| 8 | Samadhi | Assorbimento | Terza sezione, 3 |
La proporzione dice quasi tutto. Alle prime due arti il testo dedica tre aforismi di elenco più una lunga serie di aforismi sui loro effetti; alla terza tre in totale; alle ultime tre un’intera sezione. Il baricentro del testo sta sull’attenzione, non sul corpo.
Yama: cinque astensioni e un voto senza eccezioni

Le cinque astensioni sono ahimsa, non fare del male; satya, veridicità; asteya, non prendere ciò che non è stato dato; brahmacharya, contenimento dell’impulso sessuale; aparigraha, non accumulare. Riguardano il rapporto con gli altri, e sono formulate come astensioni, non come precetti positivi.
L’aforisma successivo è quello che sorprende chi lo legge per la prima volta. Le cinque astensioni valgono senza distinzione di nascita, luogo, tempo e circostanza, e in quella condizione vengono chiamate mahavratam, il grande voto. Non ammettono cioè la clausola per cui si è onesti tranne che al lavoro, o non violenti tranne che in famiglia.
È una richiesta severa, e nella pratica italiana quasi sempre saltata. Una lezione che comincia dal tappetino salta la prima arte per intero e la seconda quasi del tutto, poi recupera un frammento di yama alla fine, sotto forma di invito generico alla gentilezza. Il testo pone quel materiale prima di ogni altra cosa, e non per ragioni morali astratte: senza quella base, secondo l’impianto, gli stadi successivi non stanno in piedi.
Niyama: cinque osservanze che riguardano chi pratica
Le osservanze sono shaucha, pulizia; santosha, contentezza di ciò che si ha; tapas, disciplina che comporta fatica; svadhyaya, studio dei testi e di sé; ishvara pranidhana, affidamento a ciò che eccede la persona. Guardano verso l’interno, mentre le astensioni guardano verso l’esterno.
Tre di queste cinque compaiono già all’inizio della seconda sezione, dove il testo le presenta insieme come kriya yoga, lo yoga dell’azione: disciplina, studio, affidamento. È il segnale che l’autore considera quelle tre sufficienti a costituire una pratica completa per chi non intende percorrere l’intera sequenza.
Da qui deriva un criterio utile per valutare una scuola. Se yama e niyama vengono nominati solo il primo giorno di un corso di formazione e poi spariscono, l’impianto che si sta insegnando non è quello del testo, per quanto se ne citi il nome. Non è necessariamente un difetto, ma va detto.
Tre sutra soltanto per l’asana
Il quarantaseiesimo aforisma della seconda sezione è la definizione: sthira sukham asanam. Tre parole, spesso tradotte con la posizione seduta è ferma e agevole. Sthira indica stabilità e fermezza, sukha indica agio, comodità, assenza di attrito. Le due qualità stanno insieme: una posizione ferma ma dolorosa non soddisfa la definizione, e nemmeno una comoda ma instabile.
Il quarantasettesimo indica come ottenerla: allentando lo sforzo e rivolgendo l’attenzione a ciò che è senza fine. Non si parla di forza, di allineamento o di flessibilità. Si parla di togliere tensione, che è il contrario di quanto suggerisce la parola sforzo nella maggior parte delle lezioni contemporanee.
Il quarantottesimo enuncia il risultato: da lì non si è più colpiti dalle coppie di opposti. Caldo e freddo, fame e sazietà, piacere e dolore smettono di interrompere la seduta. È un criterio di verifica molto concreto, e ha poco a che vedere con il raggiungimento di una forma.
Che cosa aggiungono i commentatori
Il commento attribuito a Vyasa, che accompagna il testo fin dai primi secoli, fa la cosa che gli aforismi non fanno: elenca delle posizioni. Sono una dozzina, quasi tutte sedute o distese, con nomi che comprendono la posizione del loto, quella dell’eroe, quella detta favorevole e alcune varianti con appoggio.
Nessuna di quelle posizioni è in piedi, nessuna prevede inversioni, nessuna richiede una mobilità particolare delle anche o delle spalle. Il criterio è uno solo: poter restare fermi a lungo senza che il corpo interrompa. Il commento chiude con una formula che vale da sola: e qualunque altra posizione risulti stabile e agevole.
Questa apertura finale è la ragione per cui una lettura onesta del testo non condanna affatto la pratica posturale contemporanea. Semplicemente non la deduce dagli aforismi. Il testo lascia libera la forma e vincola la funzione.
Dall’asana seduta alla pratica posturale moderna

Il repertorio delle posizioni si sviluppa molto più tardi, nei testi della tradizione hatha. L’Hatha Yoga Pradipika, del quindicesimo secolo, ne descrive una quindicina. La Gheranda Samhita, del diciassettesimo, ne indica trentadue come utili all’essere umano, selezionate da un numero enorme che il testo fissa in ottantaquattro lakh, cioè otto milioni e quattrocentomila.
Il salto verso ciò che oggi si pratica in sala avviene nel Novecento, soprattutto attraverso l’insegnamento di Krishnamacharya a Mysore e dei suoi allievi, fra cui i fondatori di alcune delle scuole più diffuse in Occidente. La ricerca storica su questo passaggio, a partire dagli studi di Mark Singleton, ha mostrato quanto la sequenza dinamica moderna debba anche alla ginnastica e alla cultura fisica del primo Novecento.
Nulla di tutto questo squalifica la pratica. Serve però a collocarla: quando in una lezione si dice che si sta facendo lo yoga di Patanjali, si sta usando un’etichetta storicamente imprecisa per un’attività che ha altre radici, altrettanto documentabili e molto più recenti.
Ashtanga di Patanjali e Ashtanga Vinyasa: due cose diverse
La confusione più comune riguarda il nome. Ashtanga negli Yoga Sutra indica l’impianto in otto membra descritto sopra. Ashtanga Vinyasa Yoga è il nome di una scuola posturale del ventesimo secolo, con serie fisse di posizioni, respiro contato e passaggi codificati fra una posizione e l’altra.
Le due cose condividono il termine e poco altro. Una serie fissa di posizioni in piedi, con salti e inversioni, non è ciò che il testo chiama asana, e non si trova né negli aforismi né nel commento antico. Anche qui il punto non è la legittimità della scuola, che ha una sua coerenza interna, ma l’uso del nome come garanzia di antichità.
Chi cerca una scuola farebbe bene a chiedere semplicemente quali testi vengono letti e in che modo. Una risposta precisa dice molto di più di qualunque riferimento generico alla tradizione.
Vale la stessa avvertenza per altre espressioni che circolano nelle sale italiane. Raja yoga, yoga classico, yoga integrale e yoga della conoscenza indicano impostazioni distinte, nate in epoche diverse e con testi di riferimento diversi. Usarle come sinonimi appiattisce differenze che le tradizioni stesse considerano importanti, e rende impossibile capire che cosa si stia effettivamente imparando.
Un piccolo esercizio di verifica, per chi frequenta una scuola da tempo: provare a scrivere su un foglio quali sono le otto arti, in ordine, senza consultare nulla. Se ne ricordano tre o quattro, quasi sempre le stesse, il programma che si sta seguendo è posturale e respiratorio, e va valutato con quei criteri.
Che cosa cambia per chi pratica solo il corpo
La prima conseguenza riguarda l’obiettivo della seduta. Se l’asana serve a rendere possibile una posizione ferma e agevole per un tempo lungo, allora una lezione che finisce con il corpo scaldato e la mente accelerata ha ottenuto qualcosa, ma non quello. Provare a restare seduti dieci minuti alla fine della pratica è la verifica più semplice.
La seconda riguarda l’ordine. Il respiro, nel testo, viene dopo che la posizione è stabilita: l’aforisma quarantanovesimo comincia proprio con la formula essendo questo raggiunto. Chi introduce esercizi respiratori impegnativi prima di avere una seduta stabile inverte la sequenza, e in genere se ne accorge dal fatto che la schiena cede prima del respiro. Sul funzionamento di quella fase abbiamo raccolto materiale nella guida sulle tecniche di respirazione pranayama.
La terza riguarda il tempo. Le tre arti finali, concentrazione, flusso continuo e assorbimento, sono descritte come un continuum, non come tecniche separate da imparare in un fine settimana. Il testo le colloca dopo anni di lavoro sulle precedenti, e questo è forse il suo avvertimento più utile a chi cerca risultati rapidi. Chi vuole vedere come una tradizione diversa affronta lo stesso problema può leggere la nostra guida alla pratica vipassana.
Leggere il testo senza trasformarlo in un manuale
Gli Yoga Sutra non sono un libro di istruzioni e non sono un testo medico. Descrivono un percorso all’interno di una cosmologia precisa, con presupposti che chi legge oggi può condividere oppure no, e non promettono guarigioni. Usarli come fonte di indicazioni terapeutiche significa chiedere loro qualcosa che non offrono.
Sul piano pratico questo comporta una cautela concreta sulle tecniche respiratorie descritte nella quarta arte. Le trattenute prolungate e i ritmi forzati non si improvvisano e non sono adatte a tutti: sono sconsigliate in gravidanza, in caso di ipertensione non controllata, di problemi cardiaci, di epilessia, di glaucoma e in presenza di disturbi da attacchi di panico. Chi ha una condizione medica in corso ne parla con il proprio medico prima, non dopo il primo capogiro.
Resta un ultimo criterio, che è anche il più semplice. Un insegnante che cita il testo dovrebbe essere in grado di indicare sezione e numero dell’aforisma a cui si riferisce. Non è pedanteria: è la differenza fra usare una fonte e usarne il prestigio. Chi cerca uno stato di quiete profonda senza passare dalla postura può guardare anche a pratiche codificate in modo diverso, come lo yoga nidra.
Domande frequenti
Quante posizioni sono descritte negli Yoga Sutra?
Nessuna con un nome. Il testo definisce l’asana come posizione ferma e agevole e non ne elenca nemmeno una. L’elenco compare nel commento antico, ed è composto in prevalenza da posizioni sedute.
Significa che praticare solo asana è sbagliato?
No. Significa che è un’altra cosa rispetto all’impianto in otto arti, e che chiamarla con quel nome è impreciso. La pratica posturale ha effetti propri su mobilità, forza ed equilibrio, documentati e riconosciuti, che non hanno bisogno di essere legittimati da un testo del quinto secolo.
Yama e niyama sono obblighi religiosi?
Sono impegni etici formulati all’interno di una tradizione religiosa, ma il testo li presenta come condizioni di funzionamento del percorso, non come comandamenti. La parte più impegnativa è l’aforisma che li dichiara validi senza eccezioni di tempo, luogo e circostanza.
In che ordine vanno praticate le otto arti?
Il testo le elenca in sequenza, e i commentatori le hanno lette per secoli come progressive. Alcune letture moderne le considerano invece contemporanee, con pesi diversi in fasi diverse. La sequenza fra asana e pranayama, però, è esplicita: il secondo viene dopo che il primo è stabilito.
Qual è la traduzione italiana consigliabile?
Conviene un’edizione che riporti il testo sanscrito traslitterato accanto alla traduzione e che includa almeno il commento antico. Le versioni che presentano solo la parafrasi in italiano, senza apparato, rendono impossibile distinguere l’aforisma dall’interpretazione di chi traduce.
Ashtanga significa otto posizioni?
No. Significa otto membra, dove membro traduce anga. Le posizioni non c’entrano: sono uno degli otto elementi, il terzo, e occupano tre aforismi su quasi duecento.
Il testo non chiede di abbandonare il tappetino. Chiede di sapere che cosa ci si sta facendo sopra, e di non attribuire a un aforisma di tre parole un programma che quell’aforisma non contiene. Chi tiene distinte le due cose pratica meglio entrambe.
