La domanda che ricevo più spesso su questa pratica non riguarda il mantra, né la postura, né quante volte al giorno. Riguarda un incidente banale: mi sono distratta, non so più a che punto sono, ricomincio da capo? La risposta breve è no. La risposta lunga spiega a cosa serve davvero un filo con centootto grani.
Il mala è uno strumento di conteggio, e come tutti gli strumenti di conteggio serve a togliere un compito alla mente. Se il numero lo tiene la mano, l’attenzione può stare altrove, cioè sul suono che si ripete. Nel momento in cui si comincia a contare mentalmente, l’oggetto ha smesso di funzionare.
Quello che segue è il procedimento completo, dal modo di tenere il filo alla chiusura della sessione, con le variazioni che cambiano da una tradizione all’altra e le poche cose su cui invece c’è ampio accordo. Dove i testi divergono lo dico, invece di scegliere una versione e presentarla come l’unica.
In breve: il mala in sei righe
- Composizione: centootto grani più uno, più grande, che si chiama grano di guru o meru e non si conta.
- Come si tiene: appoggiato sul dito medio e mosso con il pollice, un grano per ripetizione, tirando verso di sé.
- Indice: in molte tradizioni indiane resta staccato dal filo. In ambito tibetano il mala si tiene di solito nella mano sinistra.
- Il grano di guru: non si scavalca. Arrivati lì si inverte il senso di marcia e si torna indietro.
- Respiro: il respiro detta il ritmo, non il contrario. Nessuna ritenzione, nessuna accelerazione forzata.
- Se si perde il conto: non si ricomincia. Si riprende dal grano che si ha fra le dita e si va avanti.
Che cos’è un mala, e da che cosa lo si riconosce
Un mala da japa è una filza chiusa ad anello di centootto grani, con un grano supplementare più grosso in corrispondenza della chiusura, spesso seguito da una nappa o da un nodo. I materiali più diffusi sono i semi di rudraksha, il legno di tulsi nelle tradizioni vaisnava, il sandalo, il cristallo di rocca. In ambito buddhista compaiono anche semi di bodhi, legno e osso.
Esistono versioni ridotte, da polso, con ventisette o cinquantaquattro grani: sono divisori di centootto, e quattro giri di ventisette o due di cinquantaquattro danno lo stesso totale. Molti mala hanno inoltre grani distinti ogni ventisette, che servono come riferimento intermedio e non hanno funzione rituale.
I mala di tradizione tibetana portano spesso due cordicelle laterali da dieci grani, con un piccolo pendente: sono contatori dei giri, non del singolo mantra. Rispondono a un problema pratico, cioè tenere il conto delle tornate quando le ripetizioni previste sono migliaia.
Centootto: le spiegazioni dei testi e quelle aggiunte dopo
Il numero ricorre in tutto il mondo indiano: centootto nomi in molte litanie, centootto Upanishad nell’elenco canonico raccolto nella Muktika, centootto luoghi in diverse enumerazioni devozionali. Il mala eredita un numero già carico di usi, non lo inventa.
Le giustificazioni tradizionali più citate sono numeriche: ventisette costellazioni lunari per le quattro sezioni in cui ciascuna viene divisa, oppure dodici per nove, con due fattori che rimandano a serie astrologiche note. Sono spiegazioni interne al sistema.
Poi ci sono le spiegazioni moderne, quelle che circolano nei corsi: rapporti fra distanze astronomiche, numeri di canali sottili, calcoli sul numero di respiri giornalieri. Non compaiono nei testi classici e sono ricostruzioni successive. Non è un motivo per scartarle come curiosità, ma è un motivo per non attribuirle a una fonte antica che non le contiene.
Come si usa il japa mala: la sequenza completa
La sequenza vale per una sessione ordinaria di un giro, che con un mantra breve richiede dai dieci ai quindici minuti. Chi pratica in una tradizione che assegna un mantra segua le istruzioni ricevute: hanno la precedenza su qualunque descrizione generale.
- Scegliere il posto e l’ora, e non cambiarli. La ripetizione si consolida sulla regolarità: stessa sedia, stesso angolo, stesso momento della giornata.
- Sistemare la postura: seduti con la schiena non appoggiata se possibile, oppure su una sedia con i piedi a terra. Il mala non si pratica sdraiati, perché la vigilanza cala e la sessione finisce nel sonno.
- Prendere il filo nella mano, appoggiandolo sul dito medio, con il primo grano dopo quello di guru fra pollice e medio.
- Fare tre respiri lenti senza mantra, per lasciare che il respiro trovi il proprio ritmo prima di agganciarci qualcosa.
- Cominciare: una ripetizione, un grano tirato verso di sé con il pollice. La velocità della prima decina è quella che resterà per tutto il giro, quindi conviene partire più lenti di quanto verrebbe.
- Proseguire senza contare. Se la mente conta, il conteggio si sposta dal filo alla testa e si perde il vantaggio dell’oggetto.
- Arrivati al grano di guru, fermarsi un istante. Se si continua, si inverte il senso e si torna indietro sui grani già percorsi.
- Chiudere restando fermi: un minuto senza mantra e senza mala, con le mani in grembo. È la parte che quasi tutti saltano e che rende diversa la mezz’ora successiva.
La presa: mano, dita e direzione

Nell’uso indiano più diffuso il mala si tiene con la mano destra, appoggiato sulla seconda falange del dito medio, e i grani si spostano con il pollice. L’indice resta staccato: nelle spiegazioni tradizionali è il dito associato all’individualità che si vuole mettere da parte, e nell’immagine rituale è anche il dito che accusa. La motivazione è simbolica, non funzionale, e vale la pena sapere che si tratta di una convenzione e non di una regola meccanica.
In ambito tibetano il mala si tiene abitualmente nella mano sinistra, e la destra resta libera per altri gesti o strumenti. Chi ha imparato in un contesto e legge istruzioni scritte in un altro trova indicazioni opposte, entrambe corrette dentro la propria tradizione.
Un punto su cui c’è accordo generale: i grani si tirano verso il corpo e il filo non si appoggia a terra. Chi pratica a lungo tiene la mano all’altezza del cuore o sulla coscia, perché il braccio sospeso per venti minuti si stanca, e la stanchezza accelera la recita.
Il grano di guru non si scavalca
La regola è semplice e ha due letture. La prima è di rispetto: quel grano rappresenta la trasmissione, cioè chi ha consegnato la pratica, e non lo si oltrepassa come si fa con gli altri. La seconda è pratica: se non lo si scavalca, non si può perdere il punto di inizio, e il giro resta un’unità chiara.
Il gesto è semplice. Si arriva al grano grande, si fa una pausa, e se si continua si gira il mala nella mano ripartendo in direzione opposta. Chi fa più giri ripete l’operazione ogni volta, e quella interruzione fa da segnale: è lì che ci si accorge di essere andati avanti in automatico.
Alcuni praticanti toccano con la fronte il grano di guru alla fine della sessione. È un uso devozionale diffuso, non un obbligo, e appartiene a contesti in cui l’oggetto ha un valore che va oltre la funzione di conteggio. Chi arriva alla pratica senza quel contesto può semplicemente fermarsi e posare il filo.
Respiro e ripetizione: tre modi di accordarli
Qui sta la parte tecnica più fraintesa. L’idea che a ogni respiro debba corrispondere una ripetizione è vera solo per i mantra brevi. Con formule lunghe l’unica conseguenza di quella regola è un respiro forzato, che è esattamente ciò da cui la pratica dovrebbe stare lontana.
| Tipo di mantra | Lunghezza | Accordo con il respiro | Ritmo indicativo | A che cosa fare attenzione |
|---|---|---|---|---|
| Monosillabico o bija | Una o due sillabe | Una ripetizione per espirazione, oppure una in entrata e una in uscita | Giro in otto o dieci minuti | Tendenza ad accelerare dopo il primo terzo |
| Breve | Tre o cinque sillabe | Una ripetizione per ciclo completo di respiro | Giro in dodici o quindici minuti | Respiro trattenuto senza accorgersene |
| Lungo | Più di otto sillabe | La formula scavalca due o tre respiri, senza sincronia forzata | Giro in venti minuti o più | Interrompere la frase per respirare |
La regola generale è che comanda il respiro. Se per stare dietro al mantra si comincia a respirare in modo corto, la sincronia va abbandonata: si lascia scorrere il respiro come viene e si tiene solo la ripetizione. Nessuna tradizione seria chiede di trattenere il fiato durante il japa, e le pratiche che lavorano deliberatamente sul respiro sono un altro capitolo, con precauzioni proprie che qui non si applicano.
Voce alta, sussurro, mente: i tre livelli
La tradizione distingue tre modalità di recita. La prima è udibile, con voce piena. La seconda è sussurrata: le labbra si muovono, il suono resta appena percepibile. La terza è mentale, senza alcun movimento.
La gerarchia classica considera la forma mentale la più esigente, e vari testi la presentano come la più efficace. Nella pratica quotidiana, però, l’ordine consigliato a chi comincia è l’inverso: si parte dalla voce, perché una recita udibile è verificabile, ha un ritmo esterno e si accorge da sola quando si distrae. La forma mentale, senza una base costruita, scivola nel pensiero ordinario nel giro di venti grani.
Un compromesso che funziona: primi giri a voce bassa, poi sussurro, poi forma mentale se la sessione è lunga. Chi pratica in casa con altre persone usa quasi sempre il sussurro, che risolve anche la gola secca dopo mezz’ora di recita piena. Il criterio non è la superiorità di un livello, ma quale dei tre tiene l’attenzione oggi.
Quando perdi il conto
Gli smarrimenti possibili sono tre, e la risposta cambia. Il primo: mi sono distratta e non so quante ripetizioni ho fatto. È irrilevante. Il conteggio è nel filo, non nella testa, e il grano che si ha fra le dita è il dato esatto. Si riprende da lì.
Il secondo: mi sono accorta di aver ripetuto in automatico mentre pensavo ad altro, forse per venti grani. Anche qui non si ricomincia. La distrazione non annulla la pratica, e accorgersene è parte del procedimento. Ricominciare da capo trasforma una ripetizione in un esame, e chi lo fa qualche volta finisce per non chiudere mai un giro.
Il terzo caso è più insidioso e riguarda i giri, non i grani: non so se questo era il secondo o il terzo. Qui si perde davvero un’informazione, e la soluzione è materiale. I contatori sui mala tibetani servono a questo; in mancanza, funzionano un sassolino spostato da una tasca all’altra, un fiammifero appoggiato sul tavolo, un nodo su un cordino. Qualunque cosa, purché sia un gesto e non un pensiero.
C’è infine una regola che vale in tutti e tre i casi: non si accelera per recuperare. È l’automatismo più comune quando ci si accorge di aver perso tempo, e produce una recita compressa in cui il mantra diventa rumore. Se il tempo è finito, il giro si chiude dove si è.
Quanti giri, e come si tiene la conta delle tornate
Un giro di centootto è l’unità minima diffusa e basta come pratica quotidiana. Nelle tradizioni che prescrivono numeri fissi le quantità salgono: tre giri, dieci giri, e nei periodi intensivi cifre che si contano a decine di migliaia distribuite su settimane.
Per chi pratica senza una prescrizione il criterio ragionevole è temporale: si decide quanto dura la sessione e si fanno i giri che ci stanno. Fissare un numero alto e non raggiungerlo produce un senso di debito quotidiano, cioè l’opposto di quello che si cerca.
Chi conduce un gruppo tiene conto di un dettaglio: i ritmi individuali divergono in fretta, e la recita all’unisono per centootto ripetizioni regge solo con mantra molto brevi. Nelle sessioni collettive conviene fissare la durata, lasciare a ciascuno il proprio filo e chiudere con un segnale sonoro, come in molte pratiche condivise.
Cura dell’oggetto, e i limiti della pratica

Il mala si conserva in un sacchetto di stoffa, non nella tasca insieme alle chiavi, e non si appoggia a terra. I semi di rudraksha non vanno tenuti a bagno né esposti al sole per lunghi periodi; il legno di tulsi e il sandalo assorbono i grassi della pelle e col tempo cambiano colore e odore, il che è normale. Il filo si logora dove passa il pollice: quando un nodo cede si rinfila, e in molte tradizioni la rinfilatura è un piccolo rito a sé.
Sull’uso come oggetto da indossare non c’è una posizione unica: in alcune scuole è consuetudine portarlo al collo, in altre il filo da pratica resta separato dagli ornamenti. Vale però la pena sapere che indossarlo come accessorio, in certi contesti, viene letto come una scortesia.
Restano due limiti da tenere presenti. Il primo è fisico: nessuna ritenzione del respiro, nessun aumento forzato del volume. Se compaiono capogiri, formicolii o tensione alla mascella, si smette, si respira normalmente e si riprende un’altra volta più piano; chi ha una condizione respiratoria o cardiaca nota si regola di conseguenza, e chi resta seduto a lungo alterni la postura invece di premiare l’immobilità.
Il secondo limite è più importante. Il japa è una pratica devozionale e contemplativa, non un intervento terapeutico. Non tratta l’ansia, l’insonnia o un episodio depressivo, e chi attraversa un periodo di sofferenza persistente si rivolge a un professionista della salute, eventualmente continuando a praticare, ma senza sostituire l’una cosa con l’altra. Vale anche per le forme di ripetizione presenti in altre tradizioni, dalla preghiera del cuore al dhikr: somigliano nella meccanica, e nessuna delle due è una cura.
Domande frequenti
Posso usare il mala con qualunque mantra?
Con i mantra di pubblico dominio sì. Nelle tradizioni iniziatiche il mantra viene assegnato insieme alle istruzioni sul suo uso, e in quel caso le indicazioni ricevute prevalgono. Se non si ha una tradizione di riferimento, meglio una formula breve e ben documentata che una costruita per l’occasione.
Devo per forza usare la mano destra?
Dipende dalla tradizione: l’uso indiano prevalente indica la destra, quello tibetano la sinistra. Chi non appartiene a nessuna delle due scelga una mano e la mantenga, perché l’abitudine motoria fa parte di ciò che rende la pratica automatica.
Quanto tempo serve prima di notare qualcosa?
La prima cosa che cambia, di solito nel giro di poche settimane di pratica quotidiana, è la facilità con cui la sessione parte: meno resistenza a sedersi, meno tempo per entrare nel ritmo. Sui fenomeni interiori preferisco restare descrittiva: variano molto da persona a persona e non seguono un calendario prevedibile.
Va bene un mala comprato online?
Funziona. Conviene verificare che i grani siano centootto più quello di guru, che il filo sia annodato fra un grano e l’altro e che la misura stia comoda fra pollice e medio: i grani piccoli scivolano, quelli grandi obbligano a muovere tutta la mano.
Si può praticare camminando o in auto?
Camminando sì, ed è un uso diffuso, con la ripetizione appoggiata al passo invece che al respiro. In auto no, quando la mano è impegnata dal filo, e in generale nessuna pratica che riduce la vigilanza va accostata alla guida.
Che differenza c’è fra japa e meditazione?
Il japa ha un oggetto verbale e un conteggio: si ripete una formula un numero di volte, e molte pratiche di meditazione non hanno né l’uno né l’altro. Nella tradizione indiana è descritto come una via a sé, non come una versione semplificata di qualcos’altro.
Un mala usato per anni si riconosce a occhio: i grani sono lucidi solo su un lato, quello che passa sotto il pollice, e il filo è più corto di quando è stato annodato. È l’unica documentazione che questa pratica produce, e a differenza di qualunque conteggio non è possibile falsificarla.
