Fiore di loto bianco aperto sulla superficie di uno specchio d'acqua scura fra le foglie

Metta bhavana in cinque fasi, e le formule che bloccano invece di aprire

In un gruppo di quindici persone, la prima fase di questa pratica produce quasi sempre lo stesso effetto: qualcuno si irrigidisce, qualcuno apre gli occhi, e alla fine della seduta almeno due dicono che non riuscivano a rivolgere a sé stessi nemmeno una frase. Non è un fallimento tecnico. È la fase che nella struttura classica viene per prima proprio perché è la più esposta.

La pratica è semplice da descrivere e difficile da condurre. Si ripetono poche frasi, indirizzandole a persone diverse in un ordine stabilito, e si osserva quello che accade. Tutta la differenza fra una seduta che funziona e una che si inceppa sta nella formulazione delle frasi e nel tempo lasciato a ciascuna fase.

Quello che segue è il procedimento completo, con le durate che reggono in sala, le formule che si possono usare in italiano e le formulazioni che invece producono resistenza. Dove le fonti classiche dicono qualcosa di preciso lo riporto; dove la versione diffusa oggi è un adattamento moderno, lo dico invece di attribuirlo a un testo antico.

La sequenza in una pagina

  1. Sé stessi. Punto di partenza della sequenza classica. Da cinque a otto minuti in una seduta media.
  2. Una persona cara. Non un legame amoroso, non una persona in lutto o gravemente malata. Stessa durata.
  3. Una persona neutra. Qualcuno che si incontra e di cui non si sa quasi nulla. È la fase che quasi tutti trattano di fretta.
  4. Una persona difficile. Si comincia da un attrito minore, non dal conflitto più grave della propria vita.
  5. Le quattro insieme, poi l’estensione. Prima si tengono le quattro figure sullo stesso piano, poi si allarga per cerchi.
  6. Chiusura. Uno o due minuti senza frasi, con l’attenzione al respiro e alla posizione.

Che cosa vuol dire metta, e da dove viene la sequenza in cinque fasi

Metta è un termine pali che indica un atteggiamento di benevolenza attiva, vicino all’idea di amicizia disinteressata. Bhavana significa coltivazione, sviluppo: il composto indica quindi un lavoro di allenamento, non uno stato che si dovrebbe provare a comando. La distinzione è pratica e non filologica: chi crede di dover sentire qualcosa fallisce in tre minuti, chi sa di dover ripetere un’intenzione continua.

La formulazione più antica e più citata sta in un breve testo poetico del canone, che descrive un atteggiamento di cura universale con l’immagine della madre e del figlio unico. È un testo di riferimento devozionale, non un manuale operativo.

Le istruzioni tecniche vere e proprie stanno altrove, e in particolare nel Visuddhimagga, il trattato compilato in Sri Lanka nel quinto secolo da Buddhaghosa. Lì la pratica è descritta in dettaglio, con l’ordine delle figure, gli errori da evitare e i segnali di avanzamento.

La versione in cinque fasi che circola oggi nei gruppi occidentali è un adattamento didattico della sequenza classica: raggruppa e semplifica, aggiunge la fase in cui le quattro figure vengono tenute insieme e distribuisce il tempo in modo uniforme. Funziona bene ed è coerente con la fonte, ma non compare in quella forma nel testo antico. Vale la pena saperlo, perché chi conduce si trova prima o poi davanti a qualcuno che ha imparato una versione diversa e altrettanto legittima.

Le persone che il Visuddhimagga esclude dall’inizio

Il trattato è insolitamente esplicito sulle scelte sbagliate del principiante, e le sue indicazioni hanno una logica riconoscibile anche fuori dal contesto originario.

Non si comincia da una persona verso cui si prova attrazione, perché l’esercizio scivola nel desiderio e cambia natura. Non si comincia da una persona verso cui si prova ostilità, perché al primo tentativo emerge il risentimento e la seduta diventa una discussione interiore. Non si comincia da qualcuno che non si conosce affatto, perché manca il materiale su cui lavorare.

C’è poi un’esclusione che sorprende chi la incontra la prima volta: non si comincia da una persona morta. La ragione data è tecnica, cioè che la pratica ha bisogno di un destinatario a cui si possa augurare qualcosa nel presente, e con un defunto l’esercizio si trasforma in commemorazione. Chi ha subito un lutto recente sente questa differenza in modo netto.

Infine il testo raccomanda prudenza con la persona più cara in assoluto, perché la sua vulnerabilità produce paura invece che benevolenza. In sala questo si vede: la fase due condotta su un figlio o su un genitore anziano finisce spesso in ansia. Conviene indicare una persona cara ma non centrale, almeno finché la pratica non è consolidata.

Prima fase: sé stessi, e perché è la più difficile

Nella logica del testo la prima fase esiste per una ragione precisa: serve da campione. Prima di poter augurare a un altro di stare bene, occorre sapere che cosa si intende con quell’augurio, e l’unico caso di cui si ha esperienza diretta è il proprio. Non è un esercizio di autostima.

Chi ha un rapporto molto critico con sé stesso incontra qui il muro. Le frasi rimbalzano, oppure producono un commento interno che le smentisce riga per riga. È un fenomeno frequente e non indica alcun difetto: indica che la formula scelta chiede qualcosa che la persona in quel momento non può concedersi.

La correzione che funziona meglio è cambiare grammatica. Invece di una frase che afferma uno stato, si usa una frase che esprime un movimento: augurarsi di potersi trattare con un po’ meno durezza è quasi sempre accessibile anche a chi non riesce ad augurarsi di essere felice. Se neppure questo passa, si può cominciare dalla persona cara e tornare a sé stessi alla fine, cioè invertire l’ordine delle prime due fasi. Molti insegnanti contemporanei lo propongono apertamente.

Seconda fase: la persona cara, senza scivolare nell’affetto

La fase due è la più facile e per questo la più insidiosa. Il rischio non è la resistenza, è la deriva: si comincia a ricordare, a fare progetti, a rivivere conversazioni, e la ripetizione si perde per strada. Dopo qualche minuto il praticante è in una fantasticheria affettuosa che non è la pratica.

Il segnale è riconoscibile. Se compaiono immagini in movimento, con dialoghi e scene, si è usciti. Se resta un’immagine ferma o soltanto il nome, con la frase che si ripete sopra, si è dentro. L’istruzione da dare al gruppo è breve: tornare al nome e alla frase, senza raccontarsi niente.

La scelta della persona conta più di quanto sembri. Va bene un amico stabile, un vicino di lunga data, un collega con cui si sta bene. Vanno evitati, all’inizio, il partner, un figlio, un genitore in condizioni fragili e chiunque stia attraversando una crisi in quel momento.

Terza fase: la persona neutra, quella che quasi tutti saltano

È la fase meno spettacolare ed è quella che fa il lavoro. La persona neutra è qualcuno che si vede regolarmente e di cui non si sa nulla: chi sta alla cassa del supermercato, un passeggero abituale dello stesso vagone, il portiere di un edificio in cui si entra ogni tanto.

Il motivo per cui questa fase è centrale è che elimina l’appoggio emotivo. Con la persona cara la benevolenza è già presente e va soltanto orientata; qui non c’è niente su cui appoggiarsi, e quello che resta è l’intenzione nuda. È il punto in cui si capisce se si sta praticando o si sta ricordando di provare affetto.

In sala questa fase viene sistematicamente accorciata da chi conduce, perché sembra vuota. È un errore di conduzione. Conviene darle lo stesso tempo delle altre e avvertire il gruppo che l’assenza di sensazione è il funzionamento corretto, non un problema.

Quarta fase: la persona difficile, e il limite da non superare

Qui serve una regola dichiarata prima di cominciare, e va ripetuta ogni volta che entra qualcuno di nuovo: si sceglie un attrito, non una ferita. Un collega con cui si discute, un vicino che fa rumore, qualcuno con cui si è litigato per una sciocchezza. Non si porta in questa fase chi ha causato un danno grave, e non ci si porta un abuso.

La ragione è pratica. La pratica di benevolenza non è uno strumento di elaborazione del trauma e non ha protezioni per quel materiale. Chi la usa in quel modo si trova a rivivere l’evento senza alcuna cornice che lo contenga, e la seduta diventa dannosa. Chi ha una storia di quel tipo può semplicemente restare sulla fase tre per mesi: non sta praticando una versione ridotta, sta praticando.

C’è poi un fraintendimento che vale la pena smontare. La quarta fase non chiede di perdonare, non chiede di riconciliarsi e non chiede di riprendere i rapporti. Chiede soltanto di augurare a quella persona di stare bene, cosa che è compatibile con il tenerla a distanza. Formulare la fase come un esercizio di perdono la rende impraticabile per quasi tutti.

Quinta fase: l’estensione, senza retorica

La fase finale mette insieme le quattro figure e le tiene sullo stesso piano, senza gerarchia. Nel testo classico questo passaggio ha un nome tecnico e viene descritto come l’abbattimento delle barriere fra le categorie: si considera il momento in cui non c’è più differenza di trattamento fra sé stessi, l’amico, l’indifferente e l’avversario.

Solo dopo si allarga. L’estensione tradizionale procede per cerchi concreti: la stanza, l’edificio, il quartiere, la città, la regione, tutte le direzioni. La concretezza è la parte utile. Un allargamento generico verso tutti gli esseri, senza passare per le tappe intermedie, produce una frase vuota che il praticante ripete senza contenuto.

Conviene chiudere sempre con un tratto senza frasi. Uno o due minuti in cui si lascia cadere la formula e si resta con il respiro e con la posizione: è la parte che quasi tutti tolgono quando il tempo stringe, ed è quella che rende diversa la mezz’ora successiva.

Le formule in italiano, e quelle che bloccano invece di aprire

Pagina di quaderno scritta a mano con poche righe brevi e ampi spazi bianchi ai lati

Le frasi vanno dette mentalmente, sono tre o quattro al massimo e restano identiche per tutte le fasi, cambiando soltanto il destinatario. La ripetizione è la tecnica: cambiare formula ogni volta significa ricominciare da capo ogni volta.

Formulazione che regge Formulazione che blocca Perché
Che tu possa stare bene Sii felice L’imperativo suona come un ordine e produce resistenza immediata
Che tu possa essere libero da sofferenza Che tu non soffra mai più Promette un risultato impossibile e la mente lo smentisce subito
Che io possa trattarmi con meno durezza Io mi amo e mi accetto Afferma uno stato invece di un’intenzione, e chi non lo prova si ferma
Che tu possa vivere con serenità Che tu capisca il male che hai fatto Introduce una richiesta di cambiamento: è un giudizio travestito
Che tu possa stare bene, chiunque tu sia Ti perdono per tutto Chiede un atto che ha bisogno di tempi propri e non si comanda in seduta
Che tutti quelli che sono in questa stanza possano stare bene Che tutti gli esseri dell’universo siano felici Manca l’aggancio concreto e la frase si svuota dopo due ripetizioni

Due indicazioni pratiche sulla forma. Le frasi corte funzionano meglio di quelle lunghe, perché stanno dentro un respiro e non obbligano a spezzarle. E il destinatario va nominato: dire il nome della persona, mentalmente, prima della frase, tiene l’esercizio ancorato meglio di qualsiasi visualizzazione elaborata.

La durata per fase, in sedute da venti a quarantacinque minuti

La distribuzione conta quanto le formule. Una seduta con la prima fase lunghissima e la quarta compressa in novanta secondi produce frustrazione, perché lascia aperto quello che ha appena mosso.

Fase Seduta da 20 minuti Seduta da 30 minuti Seduta da 45 minuti
Assestamento iniziale 2 minuti 3 minuti 4 minuti
Sé stessi 3 minuti 5 minuti 8 minuti
Persona cara 3 minuti 5 minuti 7 minuti
Persona neutra 3 minuti 5 minuti 7 minuti
Persona difficile 3 minuti 5 minuti 7 minuti
Le quattro insieme ed estensione 4 minuti 5 minuti 9 minuti
Chiusura senza frasi 2 minuti 2 minuti 3 minuti

Per un gruppo nuovo la seduta da venti minuti è la scelta giusta per almeno un mese. La versione da quarantacinque ha senso quando le fasi sono note e non serve più spiegarle a ogni passaggio.

Condurre la metta bhavana in gruppo: voce, pause, tempi

File di panche di legno chiaro in una sala spoglia con luce naturale da una finestra alta
aismallard / BY-SA 3.0

La conduzione di questa pratica è più parlata di una seduta di silenzio, e proprio per questo va tenuta corta. Le indicazioni di passaggio da una fase all’altra devono essere brevissime e sempre uguali: una frase per annunciare la figura, una pausa, e poi silenzio pieno fino al cambio successivo.

Tre errori ricorrenti in sala. Il primo è suggerire immagini: descrivere volti, luce, calore nel petto. Chi non prova nulla di tutto ciò conclude di sbagliare. Il secondo è cambiare formula durante la seduta, che azzera la ripetizione. Il terzo è allungare la voce nelle fasi che sembrano scomode, esattamente dove il gruppo avrebbe bisogno di essere lasciato solo.

Sul finale conviene un accorgimento semplice: non chiedere condivisioni sul contenuto delle fasi. Le figure scelte sono private, e domandare a chi si è pensato nella fase quattro mette il gruppo in una posizione che nessuno ha chiesto. Se si vuole un momento di parola, si tiene sul procedimento, non sulle persone. La stessa cautela vale in ogni pratica condotta in gruppo che tocchi materiale personale.

Quando la pratica va accorciata o rimandata

La benevolenza coltivata in modo sistematico non è una tecnica neutra. Nella prima fase può emergere una critica di sé molto intensa; nella quarta possono affiorare rabbia, immagini o ricordi che il praticante non riesce a lasciare. Se l’agitazione cresce invece di diminuire, la seduta per quella persona va interrotta e riportata all’ambiente concreto.

Chi attraversa un lutto recente, chi ha un disturbo psichico in fase attiva, chi ha da poco iniziato o modificato una terapia e chi ha una storia di violenza ne parla prima con il proprio medico o con il proprio terapeuta. La pratica non sostituisce nulla e in certi periodi va limitata alla terza fase o rimandata del tutto.

Sul piano fisico valgono le cautele di qualsiasi seduta prolungata: l’immobilità pesa su ginocchia, anche e schiena, e non è indicata in caso di problemi circolatori, di infiammazioni articolari in fase acuta, di gravidanza avanzata o di interventi recenti. Le sedie vanno tenute disponibili senza doverle chiedere, e cambiare posizione a metà non deve essere motivo di imbarazzo.

Domande frequenti

È una pratica religiosa?

Nasce dentro una tradizione buddhista e i suoi testi di riferimento sono testi buddhisti. La sequenza in sé, però, non richiede alcuna adesione dottrinale e viene proposta anche in contesti laici. Chi conduce fa bene a dichiarare da dove viene, invece di presentarla come una tecnica senza storia.

Quanto tempo serve prima di notare qualcosa?

Nella maggior parte dei casi si osserva un cambiamento nella terza e quarta fase dopo alcune settimane di pratica regolare, e prima nella tolleranza dell’attrito quotidiano che nella qualità della seduta. Chi cerca un’emozione dentro la seduta di solito aspetta a lungo, perché sta misurando la cosa sbagliata.

Che cosa faccio se durante la fase quattro monta la rabbia?

Si lascia cadere la figura difficile e si torna alla persona cara o a sé stessi per il resto del tempo, senza forzare il rientro. Se accade con regolarità, la scelta della figura è troppo carica: si passa a un attrito più piccolo. È una correzione di calibro, non un passo indietro.

Si può fare la metta bhavana da soli, senza guida?

Sì, ed è la modalità in cui la maggior parte delle persone la mantiene nel tempo. Serve però una versione fissa: stesse fasi, stesse frasi, stessa durata. Un cronometro con intervalli impostati risolve il problema del passaggio da una fase all’altra meglio di qualsiasi registrazione parlata.

Serve visualizzare il volto delle persone?

Non è necessario e per molti è controproducente. Il nome, o anche solo il pensiero della persona, è un ancoraggio sufficiente. Chi ha poca facilità di immagine mentale non è svantaggiato in questa pratica: la ripetizione dell’intenzione funziona ugualmente.

Che differenza c’è rispetto a una pratica di attenzione al respiro?

La pratica di attenzione osserva quello che accade; questa introduce deliberatamente un’intenzione e la mantiene. Molti gruppi le alternano, tenendo l’osservazione come pratica di base e la benevolenza una volta a settimana o in chiusura di ciclo, come si fa con le pratiche vocali ripetute di altre tradizioni.

La parte che decide la riuscita non è l’apertura del cuore, è l’amministrazione del tempo: cinque fasi con la stessa durata, formule brevi che non chiedono l’impossibile e una chiusura in silenzio. Il resto arriva o non arriva, e in entrambi i casi la seduta successiva si fa lo stesso.

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