Volume rilegato in pelle consumata, chiuso, appoggiato su un piano di legno scuro accanto a una candela

Ignazio di Loyola aveva regole per distinguere le mozioni interiori

Un uomo di trent’anni con una gamba fracassata da una palla di cannone passa mesi a letto e non ha niente da leggere se non due libri devozionali. Per ingannare il tempo alterna la lettura a lunghe fantasticherie sulla vita che avrebbe voluto. A un certo punto nota una cosa che nessuno gli aveva insegnato a notare: le due attività lo lasciano in stati diversi, e la differenza non sta durante, sta dopo.

Da quell’osservazione, che Ignazio di Loyola racconta nella propria autobiografia, nasce l’intero apparato di regole che compone la parte più tecnica dei suoi Esercizi. Non è una teoria sull’anima: è un metodo di osservazione, costruito su un criterio empirico che si può formulare in una riga, cioè che una mozione interiore si giudica dai suoi effetti a distanza e non dall’intensità con cui si presenta.

Le regole sono ventidue, divise in due serie, e circolano oggi in ambienti molto diversi da quello per cui furono scritte. Vale la pena leggerle nell’ordine, con esempi concreti, e arrivare fino ai limiti che lo stesso autore dichiara, perché sono la parte che quasi nessuno cita.

Il vocabolario minimo, in sei voci

  • Mozione: qualsiasi movimento interiore, pensiero, immagine o affetto che si presenta senza essere stato prodotto deliberatamente.
  • Consolazione: un movimento che allarga, che orienta verso qualcosa di più grande di sé e che aumenta fiducia, speranza e capacità di amare.
  • Desolazione: un movimento che restringe, che chiude verso il basso, che porta inquietudine, sfiducia e tiepidezza.
  • Le due serie: quattordici regole per la prima settimana, otto per la seconda. Servono a situazioni diverse e non sono intercambiabili.
  • La regola più citata: nel tempo della desolazione non si cambia mai una decisione presa prima.
  • Il limite dichiarato: Ignazio scrive che le regole della seconda serie possono nuocere a chi si trova ancora nella condizione della prima.

Da dove nascono queste regole

Il punto di partenza è biografico e vale la pena tenerlo presente, perché spiega il taglio del metodo. Dopo la ferita riportata nell’assedio di Pamplona, nel 1521, e la lunga convalescenza, Ignazio si ritira per un periodo a Manresa, in Catalogna, dove attraversa una fase di crisi profonda e comincia ad annotare quello che osserva in sé.

Da quegli appunti nasce il testo che verrà poi organizzato come manuale per chi accompagna altri, non come lettura devozionale. Gli Esercizi ricevono l’approvazione pontificia alla fine degli anni Quaranta del Cinquecento e da allora circolano in quella forma.

Il dettaglio che conta è il destinatario. Il libro è scritto per chi guida, e le regole sul discernimento sono strumenti di lavoro di quella persona, da consegnare all’esercitante al momento opportuno e nella misura opportuna. Leggerle come un manuale di autoanalisi è possibile, ed è un uso diverso da quello previsto. Va aggiunto che l’osservazione iniziale non è teologica ma sperimentale: Ignazio registra la differenza fra le due fantasticherie come un dato ripetuto, e solo dopo la interpreta.

Consolazione e desolazione non sono buonumore e malumore

È l’equivoco più diffuso e rende inservibile tutto il resto. Il testo definisce le due condizioni in termini di direzione e di effetti, non di gradevolezza, e la definizione di consolazione comprende esplicitamente le lacrime.

La consolazione, nella descrizione data, è un movimento in cui la persona si trova orientata verso qualcosa che la supera, in cui aumentano fiducia, speranza e capacità di amare, e in cui compare una quiete che non dipende dalle circostanze. Può essere accompagnata da gioia o da pianto: è la direzione a definirla, non il tono affettivo.

La desolazione è descritta come oscurità e turbamento, inclinazione verso ciò che è basso, inquietudine, mancanza di fiducia, assenza di speranza e di amore, tiepidezza. Anche qui il criterio è la direzione: un movimento che chiude e isola.

La conseguenza pratica è che un momento faticoso non è necessariamente desolazione e un momento piacevole non è necessariamente consolazione. Una decisione difficile che lascia in pace e apre è consolazione; un entusiasmo che agita, isola e rende impazienti è tutt’altro. È esattamente questa distinzione che il metodo serve a rendere praticabile, e che nessuna sensazione immediata fornisce da sola.

Le regole del discernimento degli spiriti, in ordine

Pagina di manoscritto antico con righe fitte di scrittura a mano e annotazioni ai margini

Le regole del discernimento degli spiriti si presentano in due serie distinte, e la distinzione non è cronologica ma diagnostica: dipende dal tipo di difficoltà che la persona sta attraversando.

Serie Numero di regole A chi è destinata Che tipo di inganno affronta
Prima settimana Quattordici Chi sta uscendo da una condizione disordinata o sta cominciando Tentazione evidente, che si presenta come piacere o come scoraggiamento
Seconda settimana Otto Chi procede da bene a meglio e ha già una certa stabilità Tentazione sotto apparenza di bene, che imita il movimento buono

Ignazio è esplicito su un punto: dare la seconda serie a chi si trova nella condizione della prima non è soltanto inutile, è controproducente, perché fornisce categorie sottili a chi ha bisogno di categorie nette. Torneremo su questo, perché è la parte più trascurata.

Prima settimana: come si comportano i due movimenti

Le prime due regole descrivono una simmetria che sorprende chi la incontra. In una persona che procede di male in peggio, il movimento negativo propone piaceri immediati e ragioni per continuare, mentre quello positivo disturba, punge la coscienza, rende inquieti.

In una persona che sta procedendo verso il meglio, lo schema si inverte: il movimento negativo produce tristezza, ostacoli, ragioni per fermarsi e senso di inadeguatezza, mentre quello positivo dà coraggio, forza, quiete e rimuove gli ostacoli.

Questa inversione ha una conseguenza pratica notevole. Lo stesso stato interiore va letto in modo opposto a seconda di dove si trova la persona, e non esiste una tabella universale che associa una sensazione a un significato. Un esempio: chi ha appena ripreso una pratica dopo anni e si sente ripetutamente dire dentro di sé che non ha senso continuare, che è troppo tardi, che sono cose per altri, sta incontrando il movimento descritto dalla seconda regola. Quella voce non è un’informazione sulla realtà: è un fenomeno da riconoscere come tale.

Nella desolazione non si cambia nulla

È la regola più nota e la più utile anche fuori dal contesto originario. Il testo prescrive di non modificare mai, nel tempo della desolazione, una decisione presa nel tempo precedente, e di mantenere ferme le disposizioni assunte quando si era in condizione diversa.

La logica è semplice e verificabile. Nel tempo di desolazione la percezione delle proprie possibilità è alterata, le ragioni contrarie sembrano più solide di quanto siano e l’orizzonte temporale si accorcia. Le decisioni prese in quello stato risultano quasi sempre, a distanza, decisioni prese da qualcun altro.

Non significa restare immobili. Significa distinguere fra il modificare l’impegno assunto, che non si fa, e il modificare il modo in cui lo si porta, che si può e talvolta si deve fare. Ridurre la durata di una pratica, cambiare l’orario, chiedere aiuto: sono aggiustamenti, non revoche.

La regola è applicabile ben oltre il suo ambito. Chi ha attraversato un periodo difficile sa quanto costano le lettere di dimissioni scritte di notte e le rotture decise in una serata storta. Il principio ignaziano è che quelle decisioni vanno rimandate per definizione, non perché siano sbagliate ma perché sono prese con strumenti temporaneamente inaffidabili.

Agire contro, e le tre cause elencate dal testo

Il seguito della sequenza indica che cosa fare invece di cambiare. Il testo usa un’espressione precisa, che si può rendere con agire contro: intensificare la preghiera, la riflessione e l’esame di sé, cioè fare esattamente il contrario di quello che il movimento suggerisce, che è ridurre e abbandonare.

Il testo aggiunge che nella desolazione si è lasciati alle proprie forze naturali e che la pazienza è la virtù che corrisponde a quella fase. Sono indicazioni sobrie: nessuna promessa di risoluzione rapida, nessuna tecnica per uscirne.

La regola più interessante per l’uso contemporaneo è quella che elenca le tre cause della desolazione.

  1. Negligenza propria: si è lasciata cadere la pratica, l’attenzione, la cura. In questo caso la desolazione è una conseguenza e si corregge riprendendo quello che si è interrotto.
  2. Prova: serve a verificare quanto si regge senza compenso immediato, cioè quanto si prosegue quando non si riceve nulla in cambio.
  3. Conoscenza: serve a rendere evidente che la consolazione non si produce a comando e non è un risultato del proprio impegno.

La prima causa è l’unica su cui si può agire direttamente, e per questo va esaminata per prima. È anche la più frequente e la meno gratificante da riconoscere, perché non ha nulla di drammatico: molto spesso il periodo buio comincia con tre settimane in cui si è smesso di fare quello che si faceva.

Seconda settimana: quando il bene serve a portare altrove

La seconda serie affronta un problema più difficile. Riguarda chi ha già una certa stabilità e non è più esposto a tentazioni evidenti: qui l’inganno, se c’è, non si presenta come male ma come bene, e per questo non viene riconosciuto.

La regola che apre la serie stabilisce un criterio di attribuzione. Una consolazione che arriva senza alcuna causa precedente, cioè senza che vi sia stato un pensiero, un’immagine o un ragionamento che l’abbia preparata, appartiene secondo il testo soltanto a Dio, perché nessun’altra istanza può entrare senza passare per qualcosa.

Quando invece c’è una causa, cioè quando il movimento è stato preceduto da qualcosa, la consolazione può venire da entrambe le parti, e va esaminata. È una distinzione tecnica che ha una conseguenza chiara: l’intensità di un’esperienza non ne certifica l’origine, e più è forte più occorre esaminarla.

C’è infine una precisazione che chiude la serie e che è la più fine di tutte. Occorre distinguere il tempo della consolazione dal tempo immediatamente successivo, quando la persona è ancora scaldata da quella esperienza e comincia a fare progetti e a formulare propositi. Quei propositi non hanno la stessa qualità dell’esperienza da cui derivano, e vanno vagliati come qualsiasi altra cosa.

L’angelo di luce e la coda del serpente

L’immagine più celebre della seconda serie è quella dell’angelo di luce. Il testo descrive un meccanismo preciso: l’istanza negativa entra nelle disposizioni della persona, cioè le propone pensieri buoni e coerenti con quello che già desidera, e solo gradualmente li piega verso un esito diverso.

Non è una descrizione astratta. Si riconosce in situazioni molto ordinarie: un progetto generoso che cresce fino a occupare tutto, un impegno assunto per aiutare qualcuno che diventa un obbligo soffocante, una pratica intrapresa per pace interiore che si trasforma in prestazione da misurare. In ciascun caso l’inizio è buono, la fine è un’altra cosa.

Il criterio che il testo indica per riconoscere il fenomeno è temporale e non contenutistico: si esamina il decorso dei pensieri, il principio, il mezzo e la fine. Se tutto è buono e conduce a qualcosa di buono, il segno è positivo; se lungo il percorso qualcosa si indebolisce, se compare inquietudine, se la persona resta più chiusa di prima, il segno è negativo anche se la partenza era ottima.

La regola successiva aggiunge un’indicazione che vale come metodo di apprendimento. Una volta individuato il punto in cui la deviazione è avvenuta, si ripercorre a ritroso l’intero decorso, per capire come si è stati condotti fin lì. Il testo la chiama, con un’immagine efficace, la coda del serpente: non basta accorgersi dell’esito, occorre ricostruire il percorso, perché quel percorso si ripeterà.

C’è un’ultima immagine che vale la pena riportare. Il testo descrive il modo in cui i due movimenti toccano chi procede verso il meglio: quello buono entra dolcemente, come una goccia d’acqua che penetra in una spugna; quello contrario entra con rumore, come una goccia che cade sulla pietra. Nelle persone che vanno nella direzione opposta i modi si invertono. È una descrizione fenomenologica e non dottrinale, ed è probabilmente la parte del testo che regge meglio la lettura contemporanea.

I limiti che Ignazio dichiara lui stesso

Questa è la parte che quasi mai compare nelle presentazioni divulgative, ed è quella che rende il testo credibile. Nelle indicazioni preliminari poste all’inizio del libro, l’autore stabilisce condizioni d’uso esplicite.

La prima riguarda la scelta della serie. Le regole della prima settimana si consegnano a chi è tentato in modo grossolano e aperto; quelle della seconda a chi è tentato sotto apparenza di bene. Anticipare la seconda serie a chi si trova nella prima condizione è dichiarato come dannoso, perché quelle categorie sono troppo sottili per chi ha bisogno di distinzioni nette e finiscono per generare scrupoli.

La seconda riguarda chi accompagna. Il testo prescrive che chi guida non inclini l’esercitante da una parte o dall’altra e resti in equilibrio, lasciando che il rapporto avvenga direttamente fra la persona e ciò che cerca. È un limite forte al ruolo di chi accompagna, e nella pratica è quello che viene infranto più spesso.

La terza riguarda la gradualità. Le indicazioni prevedono che il percorso vada adattato alla condizione, all’età e alle possibilità della persona, e che a chi non è in grado di sostenere l’intero itinerario se ne proponga una parte. Non è un metodo pensato per essere somministrato uguale a tutti.

Messe insieme, queste tre condizioni dicono una cosa precisa: si tratta di uno strumento con indicazioni e controindicazioni dichiarate, che presuppone qualcuno che sappia quando usarlo e quando no. Presentarlo come una griglia di autolettura applicabile da chiunque in qualsiasi momento contraddice il testo stesso, e non per un dettaglio marginale.

Come si usano oggi nell’accompagnamento

Panca di pietra addossata al muro di un chiostro, con colonne e archi che si aprono sul cortile

Nell’uso corrente queste regole compaiono in tre contesti. Il primo è l’accompagnamento personale, in cui una persona incontra periodicamente una guida e le riferisce quello che osserva: qui le regole sono uno strumento di chi ascolta, che serve a fare domande migliori più che a fornire risposte.

Il secondo è l’esame quotidiano, una pratica breve di revisione della giornata che cerca i momenti di maggiore e minore apertura e prova a riconoscerne il decorso. È l’applicazione più accessibile e la più praticata, anche perché non richiede una struttura.

Il terzo è il processo di scelta. In presenza di una decisione rilevante, il metodo prevede di osservare le mozioni che accompagnano ciascuna alternativa nel tempo, invece di decidere sull’onda di una singola giornata. È l’uso che si è diffuso maggiormente al di fuori degli ambienti religiosi, in forme adattate e alleggerite.

Su quest’ultimo punto serve un’avvertenza. Il metodo non produce certezze e non è stato scritto per produrne: fornisce criteri per non decidere nel momento peggiore e per riconoscere quando un entusiasmo sta portando altrove. Chi lo adotta aspettandosi un responso resta deluso, e chi lo usa per confermare quello che aveva già deciso lo usa esattamente al contrario. È la stessa cautela che vale per ogni lettura dei fenomeni interiori.

Dove queste regole non arrivano

Va detto con chiarezza, perché è il punto su cui l’uso contemporaneo produce i danni maggiori. La desolazione descritta nel testo è un movimento interiore transitorio, legato a un percorso, e non è la depressione. Sono due cose diverse, con decorsi diversi e con risposte diverse.

I segnali che indicano di essere fuori dall’ambito di queste regole sono riconoscibili: uno stato che dura settimane senza variazioni, un calo generalizzato di energia che riguarda tutti gli ambiti della vita, alterazioni del sonno e dell’appetito, incapacità di provare interesse per qualsiasi cosa, pensieri di morte. In presenza di questi elementi non si applica una regola spirituale: si va da un medico.

L’indicazione ignaziana di agire contro, che nel suo ambito è sensata, diventa dannosa se applicata a una condizione clinica, perché chiede di intensificare l’impegno proprio a chi non ne ha le risorse e aggiunge un senso di colpa a una situazione che colpa non è. Chi accompagna deve saper riconoscere il confine e indirizzare, e chi si accompagna da solo deve saperlo ancora di più.

Un’ultima cautela riguarda le pratiche di ritiro prolungato in cui queste regole vengono insegnate. Giornate lunghe di silenzio, con più ore di raccoglimento e riduzione dei contatti, non sono neutre: possono far riemergere materiale personale in un contesto che non ha strumenti per affrontarlo. Chi ha un disturbo psichico in fase attiva, chi ha modificato da poco una terapia e chi attraversa un lutto recente ne parli prima con il proprio medico o con il proprio terapeuta, e in molti casi la scelta giusta è rimandare o partecipare a una versione ridotta. La stessa avvertenza vale per qualsiasi pratica di silenzio prolungato.

Domande frequenti

Servono a qualcosa fuori da un contesto religioso?

Alcune sì, in forma adattata: la regola sul non decidere nella fase negativa, l’esame del decorso dei pensieri dal principio alla fine e la distinzione fra il momento dell’entusiasmo e le decisioni prese subito dopo funzionano come criteri pratici. Altre presuppongono un quadro di riferimento preciso e perdono senso se lo si toglie.

Quanto dura di solito una fase di desolazione?

Il testo non dà durate e sarebbe sospetto se lo facesse. Nell’esperienza di chi accompagna si parla di giorni o di settimane, con variazioni interne riconoscibili. Uno stato immobile che si protrae per mesi senza alcuna oscillazione non rientra in questa descrizione ed è un motivo per rivolgersi altrove.

Come si distingue un desiderio autentico da un entusiasmo passeggero?

Con il tempo e con l’osservazione del decorso, che è precisamente il metodo proposto. Un desiderio che regge si mantiene anche nelle giornate in cui non è sostenuto da alcuna emozione, e non ha bisogno di essere continuamente riacceso. Un entusiasmo passeggero richiede alimentazione costante e si spegne al primo ostacolo pratico.

Alcune immagini del testo suonano datate. Come si leggono?

Una delle regole paragona il modo di agire dell’istanza negativa al comportamento di una donna, in un’immagine che appartiene chiaramente alla cultura del Cinquecento e che oggi viene di norma presentata per quello che è, cioè un paragone storicamente collocato. Il contenuto operativo di quella regola, che riguarda il cedere di fronte alla fermezza, si può esporre senza la cornice.

Si possono imparare leggendo il testo da soli?

Si possono leggere, e la lettura è utile. L’autore però le concepisce come strumento di chi accompagna e stabilisce condizioni precise su quando consegnarle. Chi le usa da solo faccia almeno due cose: cominci dalla prima serie, e non tratti l’esito del proprio esame come un verdetto. Sul peso dell’intenzione in queste pratiche vale la stessa prudenza.

La parte del metodo che ha attraversato cinque secoli senza invecchiare è la meno spirituale di tutte: guardare come finisce una cosa che è cominciata bene, e non decidere niente nel giorno peggiore. Il resto chiede un contesto, una guida e il tempo che il testo stesso prescrive.

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