Sentiero coperto di foglie che attraversa un bosco autunnale con nebbia bassa fra i tronchi

Con quattro ore di luce in meno, la tappa va riprogrammata

La tappa è la stessa di giugno: ventisei chilometri, quattrocento metri di salita, un paese a metà strada. In luglio si parte alle sette e si arriva con quattro ore di luce di margine. A metà novembre, con la stessa partenza e lo stesso passo, si arriva al buio da un’ora.

Non è cambiato il percorso e non è cambiato chi cammina. È cambiata la quantità di luce disponibile, che fra il pieno dell’estate e la fine dell’autunno si riduce di diverse ore, e con essa il margine di errore. Chi non rifà i conti si trova a percorrere l’ultimo tratto con la frontale, su un fondo che non vede bene, alla fine di una giornata in cui la temperatura è scesa.

Riprogrammare una tappa autunnale non significa camminare meno per prudenza generica. Significa fare tre calcoli precisi: quante ore di luce ci sono davvero, quanto tempo serve con il fondo bagnato, e dove si può interrompere se il conto non torna.

Il calcolo in sette righe

  • Ore di luce: in Italia centrale si passa da circa quindici ore a fine giugno a poco più di nove a dicembre.
  • Cambio d’ora: l’ora legale finisce l’ultima domenica di ottobre, e il tramonto arretra di sessanta minuti da un giorno all’altro.
  • Velocità reale: quattro chilometri l’ora su fondo asciutto e pianeggiante, meno su terra bagnata.
  • Dislivello: si aggiunge circa un’ora ogni seicento metri di salita, oltre al tempo calcolato sulla distanza.
  • Margine: si programma l’arrivo almeno un’ora prima del tramonto, non al tramonto.
  • Riduzione tipica: da ottobre in poi si tolgono cinque o sei chilometri alla tappa estiva equivalente.
  • Punti di uscita: due per tappa, individuati sulla mappa prima di partire, con la strada per raggiungerli.

Quanta luce resta davvero, mese per mese

I valori qui sotto sono arrotondati e riferiti all’Italia centrale. Cambiano di parecchi minuti fra il nord e il sud del paese, e di qualche minuto secondo la longitudine, ma l’ordine di grandezza è quello e serve a programmare. Il punto di riferimento per il calcolo è l’equinozio di settembre, quando luce e buio si equivalgono.

Periodo Ore di luce piena Margine sul crepuscolo Tappa sostenibile senza buio
Fine giugno Circa 15 ore Ampio, oltre mezz’ora per lato Anche 30 km con soste
Fine settembre Circa 12 ore Attorno alla mezz’ora per lato 25 km comodi
Metà ottobre Circa 11 ore Si accorcia 22 km con una sosta lunga
Fine ottobre, dopo il cambio d’ora Poco più di 10 ore Il tramonto arretra di un’ora netta 20 km, partendo presto
Metà novembre Meno di 10 ore Crepuscolo breve e freddo 18 km
Fine dicembre Circa 9 ore Minimo dell’anno 15 km, e non tutti i giorni

Il salto che coglie più persone impreparate non è graduale: è quello dell’ultimo fine settimana di ottobre. Il giorno prima si arrivava con la luce, il giorno dopo si arriva al buio senza aver cambiato nulla nella pianificazione.

Come si riprogramma una tappa nel cammino in autunno

Il metodo è aritmetico e richiede cinque minuti la sera prima. Si parte dall’ora del tramonto nel luogo di arrivo, si sottrae un’ora di margine e si ottiene l’ora limite di arrivo. Poi si calcola il tempo necessario e si ricava l’ora di partenza, non il contrario.

Il tempo necessario si stima così: i chilometri divisi per quattro danno le ore di marcia su fondo buono; si aggiunge un’ora ogni seicento metri di dislivello positivo; si aggiunge il quindici o venti per cento se il fondo è bagnato o fangoso; si sommano le soste, che in autunno tendono ad allungarsi perché ci si ferma anche solo per rivestirsi.

Se il risultato supera le ore di luce disponibili meno il margine, la tappa non si fa così. Le tre soluzioni sono ridurre i chilometri spostando l’arrivo in una località intermedia, spezzare la tappa in due giornate, oppure partire con la frontale al mattino invece che alla sera. Quest’ultima è quasi sempre la scelta migliore, e la ragione la spiega la sezione successiva.

Vale una nota sui percorsi con segnaletica poco fitta. Su itinerari giovani o poco frequentati la perdita di tempo per orientarsi incide più del fondo, e in autunno si somma alla luce scarsa. Su tracciati molto battuti come i grandi itinerari storici, dalla via che scende verso Roma in poi, questa variabile pesa meno.

La regola dei chilometri: quanti se ne tolgono

La riduzione non è proporzionale alle ore perse, ed è questo che rende il calcolo poco intuitivo. Le soste, la vestizione, le pause per mangiare al riparo e i tempi di orientamento restano quasi invariati anche quando la giornata si accorcia, quindi mangiano una quota crescente della luce disponibile.

In pratica: rispetto alla tappa estiva equivalente, in ottobre si tolgono quattro o cinque chilometri, in novembre sei o sette, in dicembre otto. Chi cammina su percorsi con dislivello significativo aggiunge un’ulteriore riduzione, perché in discesa il fondo bagnato impone un passo molto più corto.

C’è poi il fattore consecutivo. Una tappa lunga isolata si regge; cinque tappe lunghe consecutive in autunno, con giornate corte e umidità, producono un affaticamento che si manifesta al quarto giorno. Chi programma una settimana intera dovrebbe inserire una giornata corta a metà, non alla fine.

L’ora di partenza è la variabile più efficace

Anticipare la partenza di un’ora produce esattamente lo stesso effetto di togliere quattro chilometri, e costa molto meno in termini di programma. È l’aggiustamento che chi cammina spesso applica per primo.

C’è però un limite pratico: in autunno l’alba arriva tardi e nelle strutture di ospitalità la colazione ha un orario. Partire alle sei significa quasi sempre partire senza colazione e mangiare per strada, il che richiede di essersi organizzati la sera prima con qualcosa nello zaino.

La seconda difficoltà è l’uscita dai centri abitati al buio. Nei paesi si cammina su strada, l’illuminazione pubblica è irregolare e i primi chilometri sono spesso i più esposti al traffico. Va messo in conto e affrontato con visibilità adeguata, che è un problema diverso dal semplice vedere dove si mettono i piedi.

Alba e crepuscolo non valgono lo stesso

Camminare la prima ora al buio e camminare l’ultima al buio sembrano equivalenti e non lo sono. Al mattino la temperatura è al minimo ma si è riposati, il fondo è quello di ieri sera e la luce cresce di minuto in minuto: qualunque errore si corregge da solo.

La sera è il contrario. Si è stanchi, la temperatura sta scendendo, l’umidità sale, il fondo si sta bagnando di rugiada e la luce diminuisce. Un ritardo in questa fascia peggiora progressivamente invece di risolversi, ed è per questo che nelle programmazioni serie il buio si mette all’inizio della giornata e mai alla fine.

C’è anche un effetto sulla percezione. Nell’ultima ora di luce che si spegne la stanchezza sembra maggiore di quello che è, le distanze si dilatano e si tende a prendere decisioni conservative, come fermarsi in un posto scomodo. Chi cammina in solitudine lo avverte più nettamente, come raccontano molti diari di cammino silenzioso.

La pioggia cambia il fondo prima del meteo

Scarponi infangati su un sentiero di terra bagnata con pozzanghere e solchi profondi
Gerda Arendt / CC BY-SA 4.0

In autunno il problema non è quasi mai la pioggia mentre cade: è quella caduta il giorno prima. Le terre argillose, frequenti sulle colline dell’Italia centrale e meridionale, si trasformano in un fondo che si attacca alle suole, aggiunge peso e riduce l’aderenza in discesa.

Il tempo di percorrenza su fondo di questo tipo può crescere di un quarto rispetto all’asciutto, e in alcuni tratti in pendenza si arriva a raddoppiare. Nessuna tabella di guida tiene conto di questo, perché le tabelle sono calcolate sull’asciutto.

Le conseguenze pratiche sono tre. La prima è consultare le precipitazioni dei due o tre giorni precedenti, non solo la previsione del giorno. La seconda è avere in mente per ogni tappa un’alternativa su strada asfaltata secondaria, meno gradevole e molto più veloce. La terza è accettare che dopo un temporale forte certi tratti in discesa non vadano fatti, e che un chilometro in più su asfalto sia una scelta tecnica e non una rinuncia.

Va aggiunta la questione dei guadi. Corsi d’acqua che in estate si attraversano senza pensarci possono ingrossarsi rapidamente dopo piogge intense. Un guado che arriva sopra il ginocchio con corrente non si attraversa, e in autunno la valutazione va fatta con più prudenza perché l’acqua è fredda e la giornata è corta.

I punti di ritiro anticipato si scelgono prima di partire

Ogni tappa autunnale dovrebbe avere due punti di uscita individuati sulla mappa la sera prima: località raggiungibili dal percorso, con una strada carrozzabile e possibilmente una struttura in cui dormire o una fermata di trasporto pubblico.

Il criterio per sceglierli è geografico più che logistico. Uno intorno al terzo della tappa, l’altro attorno ai due terzi, cioè prima dei due momenti in cui tipicamente si scopre di essere in ritardo. Un punto di uscita a due chilometri dall’arrivo è inutile.

Vanno annotati con il numero civico di un’eventuale struttura, l’orario dell’ultima corsa se c’è un mezzo pubblico e l’indicazione se ci sia copertura telefonica. In autunno gli orari dei mezzi extraurbani cambiano rispetto all’estate, e le corse pomeridiane nelle zone interne finiscono presto.

La decisione di usarli va presa in anticipo rispetto a quando serve. La regola che funziona è: se al primo punto di uscita si è in ritardo di più di quaranta minuti sul programma, si valuta seriamente; se lo si è al secondo, si esce. Non è una resa, è la stessa logica con cui si programma una tappa da rivedere in corsa.

Gli strati si gestiscono in marcia, non in albergo

In autunno l’escursione termica dentro una singola giornata è la vera difficoltà. Si parte a cinque gradi, a metà mattina se ne hanno quindici al sole, nel primo pomeriggio si torna sotto i dieci all’ombra di un versante nord, e all’arrivo la temperatura scende di nuovo.

Il criterio che funziona è partire leggermente infreddoliti. Chi parte comodo suda entro venti minuti, e il tessuto bagnato addosso è quello che fa perdere calore quando ci si ferma. Il primo cambio di assetto si fa dopo il primo quarto d’ora, non prima.

La seconda regola riguarda le soste. Ogni pausa superiore ai cinque minuti richiede di rimettere uno strato prima di sedersi, non dopo aver preso freddo. In una giornata corta le soste sono meno numerose e più lunghe, quindi questo passaggio pesa più che in estate.

La terza riguarda l’arrivo. Le prime cose da fare non sono la doccia e la cena: sono togliere gli indumenti umidi e metterne di asciutti. Il raffreddamento post-tappa, con abiti bagnati addosso in una stanza fredda, è il modo più comune di ammalarsi in cammino.

Il buio addosso: frontale, visibilità, tratti su strada

Lampada frontale accesa che illumina un tratto di sentiero nel buio della sera
Forest and Kim Starr / CC BY 3.0 US

Una lampada frontale è attrezzatura obbligatoria da settembre in poi, anche per chi non prevede di camminare al buio. Serve una luce con autonomia reale di alcune ore e un ricambio di batterie o una riserva di carica, non la torcia del telefono, che consuma esattamente il dispositivo che serve per chiamare aiuto.

La visibilità verso gli altri conta quanto quella verso terra. Nei tratti su strada aperta al traffico servono elementi riflettenti sullo zaino e possibilmente una luce rossa posteriore. In autunno molti incidenti di pedoni avvengono nelle ore di crepuscolo, quando gli automobilisti non hanno ancora acceso i fari e la percezione delle distanze peggiora.

Sul sentiero il buio impone di ridurre il passo e di guardare più vicino ai piedi, il che aumenta il rischio di perdere la segnaletica. Su fondo irregolare, con foglie bagnate che nascondono i sassi, il rischio principale è la distorsione di caviglia. Se il tratto residuo è tecnico, la scelta migliore è fermarsi al primo punto utile invece di proseguire.

Freddo, bagnato e chi dovrebbe fermarsi prima

La combinazione che produce i problemi non è il freddo intenso, che in autunno è raro: è la temperatura fra i cinque e i dodici gradi con vestiti umidi e vento. In queste condizioni la dispersione di calore è rapida, e una ipotermia lieve può insorgere anche a temperature che sulla carta sembrano innocue.

I segnali precoci vanno riconosciuti: brividi che non si fermano, difficoltà a compiere gesti fini come chiudere una cerniera, rallentamento del pensiero, parola impastata. Chi li nota in sé o in un compagno si ferma, si mette al riparo dal vento, sostituisce gli indumenti bagnati, mangia qualcosa di zuccherino e beve caldo se possibile. Se lo stato non migliora, si chiama aiuto.

Le persone che devono essere più prudenti sono quelle con patologie cardiovascolari, con problemi circolatori periferici, con il fenomeno di Raynaud, chi assume farmaci che alterano la termoregolazione, le persone anziane e chi ha una massa corporea ridotta. Anche chi soffre di asma va incontro a peggioramenti con aria fredda e umida. In tutti questi casi vale la pena parlarne con il proprio medico prima di programmare una settimana di tappe autunnali, e ridurre in partenza il chilometraggio invece di scoprirlo a metà giornata.

Un’ultima nota per chi cammina da solo. In autunno i sentieri sono meno frequentati, e restare fermi per una distorsione a un’ora dal buio, in una zona senza copertura telefonica, è una situazione diversa da quella estiva. Comunicare a qualcuno il percorso previsto e l’orario stimato di arrivo costa un messaggio e cambia i tempi di soccorso.

Domande frequenti

Quanto si perde davvero con il cambio dell’ora?

Il tramonto si sposta indietro di sessanta minuti da una domenica alla successiva. La luce complessiva della giornata cala di pochi minuti, ma tutto il margine perso è nella parte finale, che è quella che serve. Chi cammina in quel fine settimana deve rifare i conti anche se il percorso è identico.

Conviene spostare la sveglia o accorciare la tappa?

Prima la sveglia, poi la tappa. Un’ora di anticipo restituisce lo stesso margine di quattro chilometri in meno e non modifica le prenotazioni. Quando anche l’anticipo non basta, allora si riduce, spostando l’arrivo in una località intermedia.

Come si valuta se un tratto fangoso è percorribile?

Il criterio pratico è la pendenza. Su terreno pianeggiante il fango rallenta e sporca; in discesa ripida su argilla toglie aderenza e diventa pericoloso. Se i primi cento metri richiedono di piantare i talloni per non scivolare, il tratto va evitato e si cerca l’alternativa su strada.

Le ore di luce sono le stesse in tutta Italia?

No. Fra il nord e il sud del paese ci sono differenze di parecchi minuti, e cambiano di segno fra estate e inverno: in dicembre le giornate sono più lunghe al sud, in giugno al nord. In autunno la differenza non è enorme, ma su una tappa lunga incide.

È sensato camminare in autunno inoltrato?

Sì, con tappe corte e programmi che accettano di essere modificati. Novembre offre sentieri vuoti, colori del bosco e strutture disponibili, e molti considerano queste condizioni preferibili a quelle estive. Chi non accetta di ridurre i chilometri, però, farebbe meglio a rimandare a primavera.

Che cosa si fa se cala il buio e manca ancora un’ora?

Ci si ferma solo il tempo di accendere la frontale, rimettere uno strato e verificare la traccia, poi si prosegue a passo regolare senza accelerare. Le distorsioni avvengono quando si cerca di recuperare tempo. Se il tratto rimanente è su sentiero tecnico o attraversa un guado, si valuta invece di fermarsi e chiamare la struttura di arrivo.

Le giornate corte non tolgono nulla al cammino, tolgono margine. Chi lo ricalcola la sera prima, con carta e penna, arriva con la luce e non se ne accorge nemmeno. Chi usa la tabella di giugno finisce per scoprire, a metà novembre, che l’ultima ora della tappa è diventata la parte più impegnativa della giornata.

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