Muretti a secco di pietra chiara che attraversano un altopiano erboso sotto un cielo limpido

Materano e Via Peuceta, il Sud che quasi nessuno cammina

Si esce da Bari a piedi in una mattina di ottobre e per due ore si cammina fra rotatorie, capannoni e uliveti tagliati dalle strade provinciali. Non è il tratto che finisce nelle fotografie. Poi la quota sale di qualche decina di metri, le case si diradano, e comincia un altopiano di pietra chiara che accompagna fino a Matera.

Sono all’incirca centosettanta chilometri, sei o sette giornate a seconda di come si spezzano. In una settimana di primavera si incontrano poche decine di persone in cammino, spesso nessuna per un giorno intero. È il motivo per cui questo itinerario resta fuori dai racconti che circolano, e anche il motivo per cui vale la pena percorrerlo con qualche informazione in più.

Quello che segue riguarda due linee che arrivano alla stessa città da direzioni opposte: la Via Peuceta, che parte dall’Adriatico all’altezza di Bari, e la Via Ellenica, che sale dalla costa attraverso la Valle d’Itria. Tappe, segnaletica, acqua, posti letto e il conto onesto delle difficoltà logistiche.

I numeri dei due itinerari

  • Via Peuceta: da Bari a Matera, attorno ai centosettanta chilometri, sei o sette tappe nella suddivisione più diffusa.
  • Via Ellenica: dalla costa adriatica a Matera attraverso la Valle d’Itria e la Murgia, più lunga della Peuceta e articolata in un numero maggiore di giornate.
  • Dislivelli: modesti, si passa dal livello del mare a poco più di cinquecento metri sull’altopiano. La fatica non viene dalle salite.
  • Fondo: sterrate, tratturi, tratti di asfalto secondario. Poco sentiero vero, molta pietra affiorante.
  • Acqua: il vincolo principale. Sull’altopiano non ci sono fontane per decine di chilometri.
  • Periodo: da metà marzo a metà maggio e da fine settembre a inizio novembre. In estate la Murgia è impraticabile a piedi nelle ore centrali.
  • Ospitalità: parrocchie, strutture convenzionate e affittacamere nei paesi di tappa. Va prenotata, non si trova arrivando.

Che cos’è il Cammino Materano, e perché è una rete

Non si tratta di un percorso unico ma di un insieme di itinerari che convergono su Matera da direzioni diverse, tracciati e mantenuti negli ultimi anni da un’associazione e da gruppi di volontari locali. Ogni linea ha un nome che richiama la geografia storica della regione attraversata.

La conseguenza pratica è che chi cerca informazioni trova versioni diverse dello stesso itinerario. Il numero delle tappe cambia da una guida all’altra, alcune varianti evitano tratti di asfalto aggiungendo chilometri, e le tracce disponibili non coincidono sempre con la segnaletica sul terreno. La regola è la stessa che vale su tutti i percorsi giovani: si sceglie una fonte e le si resta fedeli, invece di combinare tracciati diversi.

La seconda conseguenza riguarda le aspettative. Questi itinerari non hanno l’infrastruttura di un cammino frequentato da decenni. Non c’è una rete continua di ostelli, non c’è un servizio di trasporto bagagli diffuso e in molte giornate non si incontrano bar. Chi arriva pensando a un percorso a servizio pieno rimane spiazzato al secondo giorno.

Le tappe del Cammino Materano sulla Via Peuceta

I chilometraggi qui sotto sono arrotondati e cambiano di uno o due chilometri fra le varianti. Servono a leggere il carattere della giornata, non a pianificare al metro.

Giornata Da – a Km circa Fondo prevalente Che cosa mettere in conto
1 Bari – Bitetto 20 Asfalto e strade di campagna Uscita urbana lunga, poca ombra, orientamento facile
2 Bitetto – Cassano delle Murge 23 Sterrate fra uliveti e primi boschi La salita graduale verso l’altopiano, senza tratti ripidi
3 Cassano delle Murge – Santeramo in Colle 20 Pineta, tratturi, pietra affiorante Il tratto più boscoso del percorso, gradevole anche col sole alto
4 Santeramo in Colle – Altamura 20 Aperto, coltivi e murgia bassa Nessun punto d’appoggio intermedio, vento frequente
5 Altamura – Gravina in Puglia Attorno ai 20 Altopiano aperto, sterrate lunghe Sole diretto per quasi tutta la giornata
6 Gravina in Puglia – Picciano Attorno ai 25 Tratturi e pascoli, passaggio in Basilicata La giornata più isolata, praticamente senza servizi
7 Picciano – Matera Attorno ai 15 Sterrate in discesa verso la città Corta, si arriva a metà mattina se si parte presto

Molti accorpano le ultime due giornate arrivando a Matera in sei tappe. Funziona se si è allenati, perché significa camminare quaranta chilometri in un giorno nel tratto meno servito dell’intero percorso.

Che cosa si attraversa fra Bari e la Murgia

Uliveti secolari con tronchi contorti su terreno rossastro nella campagna pugliese

Il paesaggio cambia tre volte. La prima parte è la piana costiera, densamente abitata, con uliveti antichi e una viabilità continua: bella a tratti, ma sempre vicina a qualcosa. La seconda è la fascia dei boschi attorno a Cassano, l’unica in cui si cammina davvero all’ombra.

La terza è l’altopiano: pietra chiara, muretti a secco, pascoli, gli edifici bassi delle masserie e i ricoveri per il bestiame che punteggiano il pianoro. È un paesaggio che si apre in tutte le direzioni e in cui i riferimenti visivi sono pochissimi, con l’effetto curioso di far sembrare lentissimo un passo normale.

Nell’ultimo tratto compaiono le incisioni profonde scavate dai torrenti, e il terreno smette di essere piatto senza per questo diventare montagna. Altamura e Gravina sono le due città che meritano mezza giornata in più: cattedrale, centro storico, e a Gravina il fronte scavato nella roccia sul lato opposto del vallone.

La segnaletica: dove è fitta e dove sparisce

Il percorso è segnato con marcature dipinte su muretti, pali e alberi, integrate da cartelli direzionali agli incroci principali. La manutenzione è affidata in larga parte a volontari, e questo determina la qualità: buona vicino ai paesi e nei tratti percorsi spesso, discontinua sull’altopiano.

I punti in cui si sbaglia sono sempre gli stessi. Le biforcazioni fra due sterrate identiche in mezzo ai coltivi, dove la marcatura precedente è a duecento metri di distanza. Gli attraversamenti di strade provinciali, dove il segno riprende dopo il guard rail e non si vede. E i tratti in cui un proprietario ha chiuso un passaggio, costringendo a un aggiramento che nessun cartello indica.

La conclusione operativa è semplice: la traccia sul telefono non è un accessorio, è parte dell’attrezzatura, e serve una batteria di riserva. Chi cammina con la sola segnaletica perde tempo e chilometri in almeno due giornate su sette. Vale la pena scaricare le mappe per l’uso senza rete, perché la copertura sull’altopiano è irregolare.

L’acqua è il vincolo che decide la giornata

Fontanella pubblica in pietra addossata al muro di un edificio in un paese del Sud
RickObst / CC BY-SA 4.0

Sulla Murgia l’acqua superficiale non esiste. È un altopiano carsico: la pioggia se ne va in profondità, i torrenti sono asciutti quasi tutto l’anno e le poche sorgenti sono captate. Le fontane si trovano nei paesi, e fra un paese e l’altro possono passare venti chilometri senza nulla.

La regola che funziona è portare due litri a testa nelle giornate centrali e tre nelle tappe dalla quinta in avanti, riempiendo l’ultima borraccia prima di uscire dall’abitato e non contando su bar o masserie lungo la strada. Le masserie sono aziende agricole private: alcune offrono acqua di buon grado, molte sono chiuse o non hanno nessuno.

Il secondo accorgimento riguarda gli orari. In primavera avanzata conviene partire con la luce, verso le sei, e chiudere la tappa entro le due del pomeriggio. Camminare fra mezzogiorno e le quattro su un altopiano senza ombra significa consumare il doppio dell’acqua per fare gli stessi chilometri.

La Via Ellenica, l’altro accesso a Matera

La seconda linea arriva a Matera dall’Adriatico meridionale, attraversa la Valle d’Itria e sale poi sulla stessa Murgia della Peuceta, con cui condivide il tratto finale. È più lunga, più varia e nella prima metà molto più servita, perché passa in una zona a forte vocazione turistica.

Questo cambia il profilo della camminata. Nei primi giorni si trovano paesi ogni pochi chilometri, alloggi in abbondanza e acqua senza problemi; nella seconda metà si entra nelle stesse condizioni di isolamento della Peuceta. Chi non ha mai camminato per più giorni trova qui un ingresso più graduale.

Il rovescio è che la parte iniziale è anche la più affollata e la più cara, soprattutto fra aprile e giugno, e che il contrasto fra le due metà è netto. Chi cerca fin dal primo giorno il vuoto dell’altopiano fa prima a partire da Bari, come descritto nei racconti di chi affronta un percorso in solitudine.

Dove si dorme, e come funziona l’ospitalità

L’offerta è composta da tre elementi diversi. Ci sono strutture parrocchiali e ambienti religiosi che accolgono chi cammina, di solito con posti limitati e una regola di casa precisa sugli orari. Ci sono affittacamere e piccole strutture private nei paesi di tappa. E ci sono agriturismi e masserie ricettive, comodi ma spesso fuori dal tracciato di qualche chilometro.

La disponibilità non è mai abbondante. In alcuni paesi i posti dedicati si contano sulle dita di una mano, e in primavera si esauriscono con settimane di anticipo. Prenotare tappa per tappa lungo la strada, abitudine comune sui cammini molto frequentati, qui non funziona.

Le case di ospitalità religiosa hanno consuetudini proprie e vanno trattate come tali: si chiama prima, si comunica l’orario di arrivo, si rispettano gli orari di chiusura. Non sono alberghi e non hanno personale di ricevimento la sera tardi. Chi arriva alle undici senza aver avvisato trova la porta chiusa, e ha ragione la porta.

Sul fronte dei documenti, chi vuole un attestato d’arrivo o timbri lungo il percorso deve informarsi prima su come procurarsi la credenziale e su quali punti la timbrano: sui cammini giovani i luoghi di timbro non sono ovunque, e non tutti i bar lo fanno. Il tema è comune a molti itinerari di fede recenti.

Il periodo giusto e i mesi da evitare

La finestra buona è stretta. Da metà marzo a metà maggio l’altopiano è verde, le temperature stanno fra i dieci e i venticinque gradi e le giornate sono già lunghe. Da fine settembre a inizio novembre il caldo è passato, la luce è ancora sufficiente e la pietra restituisce calore la sera.

Giugno è già difficile, luglio e agosto sono da escludere: su un altopiano senza ombra e senza acqua, con temperature che superano regolarmente i trentacinque gradi, non è un cammino faticoso, è un cammino imprudente. Chi non ha alternative parte alle cinque del mattino e si ferma alle undici, il che significa tappe dimezzate.

L’inverno ha un problema diverso. Non fa un gran freddo, ma quando piove il terreno argilloso dei tratturi diventa una poltiglia che si attacca alle suole e raddoppia il peso dei piedi. Dopo due giorni di pioggia alcuni tratti sono semplicemente da evitare.

Le difficoltà logistiche da mettere in conto

La prima riguarda il ritorno. Matera è raggiungibile con i mezzi pubblici, ma i collegamenti sono meno frequenti di quanto ci si aspetti da una città molto visitata, e le corse cambiano fra giorni feriali e festivi. Va verificato prima di partire, non l’ultima sera.

La seconda è il trasporto dello zaino. Sui cammini strutturati esiste un servizio quotidiano; qui è discontinuo e in alcune tappe non c’è. Chi ha problemi di schiena deve pianificare in anticipo, tappa per tappa, o accettare di portare tutto.

La terza è la reperibilità del cibo. In diversi paesi di tappa i negozi chiudono nel primo pomeriggio e la domenica, e i ristoranti seguono orari locali che non coincidono con quelli di chi arriva affamato alle tre. Conviene comprare la cena la sera prima quando si è in dubbio.

La quarta è la telefonia: sull’altopiano la copertura è irregolare, e in alcune conche il segnale sparisce. Non è un problema di sicurezza in senso stretto, perché si cammina comunque a poche ore da una strada, ma cambia il modo in cui si organizza la giornata.

Caldo, sole e chi dovrebbe accorciare

Le tappe non sono tecniche e non c’è esposizione: nessun tratto richiede mani, nessun passaggio è aereo. La difficoltà è di altro tipo e si chiama esposizione al sole per sei o sette ore consecutive, con superfici chiare che riflettono la luce dal basso.

Le conseguenze si vedono nelle giornate quarta, quinta e sesta. Cappello a tesa larga, occhiali, maniche lunghe leggere e sali minerali non sono raffinatezze: sono la differenza fra arrivare e ritirarsi. I colpi di calore, in queste condizioni, arrivano prima nelle persone che non sudano abbondantemente, non nelle più affaticate.

Chi ha problemi cardiaci o circolatori, chi assume farmaci che riducono la tolleranza al calore o alterano l’equilibrio dei liquidi, chi è in gravidanza e chi ha avuto in passato un episodio da colpo di calore dovrebbe parlarne con il proprio medico prima di programmare tappe da venticinque chilometri in ambiente aperto. In molti casi la soluzione non è rinunciare, ma dividere le giornate lunghe in due e usare i paesi intermedi, come si fa su tutti i percorsi a piedi affrontati con calma.

Domande frequenti

Quanti giorni servono davvero per la Via Peuceta?

Sette camminando con comodità, sei accorpando le ultime due tappe. Chi vuole visitare Altamura, Gravina e i Sassi senza correre ne mette in conto nove, contando due giornate di sosta. Aggiungere un giorno costa poco e cambia molto il ricordo del cammino.

Si può fare in bicicletta?

In parte. Molti tratti sono su sterrate percorribili con una bici adatta al fuoristrada, ma esistono passaggi su pietra affiorante e muretti scavalcati che si fanno a piedi spingendo. Chi pedala di solito segue varianti su strade secondarie, con un tracciato che coincide solo a tratti.

È adatto a chi non ha mai fatto un cammino?

Sì, con due condizioni: allenamento su tappe da venti chilometri con zaino, fatto nei due mesi precedenti, e scelta della stagione giusta. La difficoltà non è tecnica, è la ripetizione di giornate lunghe in ambiente aperto. Chi parte senza allenamento cede alla quarta.

Che cosa si trova a Matera all’arrivo?

Una città molto visitata, con il centro storico scavato nella roccia iscritto nel patrimonio mondiale dell’Unesco e un’affluenza turistica notevole in primavera e in autunno. Il contrasto con i giorni precedenti è brusco. Molti trovano utile prevedere una notte in più per assorbirlo.

Servono scarponi alti?

Non necessariamente. Il fondo prevalente è duro e la pietra affiorante sollecita le caviglie, quindi una calzatura da trekking con suola rigida è preferibile a una scarpa da corsa leggera. L’alta si giustifica soprattutto per chi ha caviglie deboli o porta un carico pesante.

Si cammina anche in inverno?

Si può, con giornate corte e la certezza di trovare fango sui tratturi dopo la pioggia. Il freddo non è il problema, l’aderenza sì. Chi ci prova riduce le tappe, mette in conto tratti su asfalto in alternativa alle sterrate e verifica che le strutture di tappa siano aperte, perché diverse chiudono fuori stagione.

Il tratto che resta in mente non è l’arrivo davanti ai Sassi, che è spettacolare e prevedibile. È la mattina in cui si cammina per tre ore sull’altopiano senza incontrare nessuno, con i muretti a secco che si perdono all’orizzonte e il rumore del proprio passo sulla pietra. Quel vuoto è il motivo per cui si viene fin qui.

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