Sala di pratica vuota con cuscini scuri allineati lungo il muro e pavimento di legno

Le regole della sala zen che nessuno spiega ai principianti

Una persona entra per la prima volta in una sala di pratica zen. Ha letto qualcosa, sa che si sta seduti in silenzio e che dura una mezz’ora. Nei primi novanta secondi deve però risolvere sei problemi che nessuno le ha spiegato: dove lasciare le scarpe, se salutare, con quale piede entrare, dove sedersi, se inchinarsi e a che cosa, e cosa significa quel colpo di legno che ha sentito dal corridoio.

Nessuno gliene parla perché per chi frequenta la sala da anni quei gesti non sono regole: sono il modo ovvio di stare in quella stanza. È la stessa ragione per cui nessuno spiega da che parte si sale su un autobus. Il risultato è che chi arriva passa la prima seduta a osservare gli altri con la coda dell’occhio, invece di praticare.

Quello che segue è la grammatica implicita di una sala zen, messa per iscritto. Vale per la maggior parte dei centri, con differenze reali fra le scuole che segnalo dove esistono. La regola sopra tutte le altre è la più semplice: se un dettaglio non torna, si chiede prima di entrare, non si deduce.

In breve: la sala in sette punti

  • Arrivo: dieci minuti prima, non due. Scarpe fuori, telefono spento e non silenzioso.
  • Ingresso: si entra senza parlare, con un piccolo inchino a mani giunte sulla soglia.
  • Posto: assegnato o indicato. Nella tradizione Soto si guarda il muro, in quella Rinzai il centro della sala.
  • Postura: cuscino, panchetto o sedia. Nessuna delle tre è una versione ridotta delle altre.
  • Segnali: campane e tavola di legno scandiscono inizio, camminata e fine. Il numero dei colpi è convenzionale e cambia da un luogo all’altro.
  • Camminata: fra una seduta e l’altra si cammina in fila, lentamente nella tradizione Soto, a passo svelto in quella Rinzai.
  • Ritardo: si aspetta fuori e si entra durante la camminata, non nel mezzo del silenzio.

Il silenzio comincia fuori dalla porta

Nelle sale che funzionano bene la conversazione finisce sul pianerottolo, non appena varcata la soglia. È l’unica regola che chi arriva la prima volta infrange quasi sempre, in buona fede, salutando ad alta voce qualcuno che conosce. Nessuno lo rimprovererà, e tutti se ne accorgeranno.

Il resto della preparazione è materiale. Scarpe fuori, in fila e con le punte verso l’esterno. Telefono spento del tutto, perché la vibrazione in una stanza silenziosa si sente più di una suoneria in strada. Vestiti scuri e larghi, che non stringano in vita quando ci si piega in avanti. Nessun profumo forte, nessun olio essenziale: si sta seduti a un metro l’uno dall’altro per quaranta minuti.

Dieci minuti di anticipo sono la misura giusta: servono a sistemarsi, a chiedere qualcosa e a lasciare che il corpo si fermi prima della pratica. Chi arriva trafelato all’ultimo secondo passa il primo blocco a smaltire la corsa, e in una sala piccola quell’agitazione la sentono anche gli altri.

Come si entra: la soglia, l’inchino, le mani

Alla porta ci si ferma un istante, si uniscono i palmi davanti al viso, con le punte delle dita all’altezza del naso e i gomiti staccati dal corpo, e si fa un breve inchino. Il gesto si chiama gassho, e in una sala di pratica funziona come il buongiorno che non si può dire ad alta voce.

La soglia si scavalca: non ci si appoggia il piede sopra. In molte sale si entra con il piede sinistro, in altre nessuno ci fa caso. È un dettaglio che si risolve guardando chi precede, e sbagliarlo non ha conseguenze.

Muovendosi dentro la stanza le mani non stanno penzoloni. La posizione abituale, chiamata shashu, è la mano sinistra chiusa attorno al pollice e coperta dalla destra, tenute all’altezza dello sterno, con gli avambracci paralleli al pavimento. Serve a una cosa concreta: dà alle braccia un posto stabile, e toglie la mezza dozzina di gesti nervosi che una persona fa quando non sa dove mettere le mani.

Dove ci si siede, e da che parte si guarda

Il posto in genere viene indicato, e alla prima volta conviene chiederlo invece di sceglierlo. Molte sale assegnano un posto fisso a chi frequenta, e sedersi nel posto di qualcun altro è un piccolo disagio che nessuno segnalerà per non parlare.

Arrivati al proprio posto si fa un inchino a mani giunte rivolti al cuscino, poi si gira in senso orario e si fa un secondo inchino verso il centro della sala. Il primo saluta il posto, il secondo le persone sedute di fronte. Non è un atto di adorazione verso un oggetto, ed è la domanda che riceve chiunque venga da una formazione religiosa diversa: è una forma di saluto, e chi non se la sente si limita a un cenno del capo. Nessuno controlla.

Poi c’è la differenza più visibile fra le due grandi tradizioni giapponesi. Nella linea Soto lo zazen si pratica rivolti al muro, a mezzo metro circa. Nella linea Rinzai si siede rivolti verso il centro della stanza, con le file una di fronte all’altra. Non è un dettaglio estetico: cambia parecchio l’esperienza della prima ora, e chi ha praticato in un contesto e si ritrova nell’altro fa bene a saperlo prima di entrare.

La postura, senza mitologia

Cuscino rotondo scuro appoggiato su un tappetino quadrato in una stanza spoglia
W.carter / CC BY-SA 4.0

Si può stare seduti in quattro modi, e sono equivalenti. Sul cuscino a gambe incrociate, con le ginocchia che toccano il tappetino e i fianchi più alti delle ginocchia. In posizione inginocchiata con un panchetto di legno che scarica il peso. Su una sedia, con i piedi appoggiati a terra e la schiena staccata dallo schienale. E, dove serve, sdraiati, in casi particolari concordati con chi conduce.

Il loto pieno non è un requisito e non è un traguardo. È una postura che alcune anatomie reggono e altre no, e insistere su un’anca che non ruota produce danni al ginocchio, non progressi. Nelle sale serie il panchetto e la sedia stanno in fondo alla stanza insieme ai cuscini, alla stessa altezza, e chi li usa non è in una categoria a parte.

Il resto della postura si riassume in poche indicazioni: bacino leggermente inclinato in avanti, schiena eretta senza rigidità, mento appena rientrato, spalle lasciate cadere. Le mani stanno in grembo, la sinistra sopra la destra, i pollici che si sfiorano e formano un ovale: quel contatto è un indicatore utile, perché i pollici si staccano quando arriva il sonno e si premono l’uno contro l’altro quando arriva la tensione. Gli occhi restano socchiusi, con lo sguardo appoggiato a terra a un metro circa. Non si chiudono, ed è la differenza più netta rispetto a molte pratiche di attenzione diffuse oggi.

I segnali sonori, e cosa chiedono di fare

Campana di bronzo su un supporto di legno accanto a un batacchio rivestito
Siyuwj / CC BY-SA 4.0

La sala funziona a suoni, non a parole. Prima dell’inizio, in molti centri, una tavola di legno appesa fuori dalla porta viene battuta con una sequenza che accelera: è il richiamo a entrare e a sistemarsi. Poi la campana prende in mano il resto.

Momento Segnale abituale Cosa fa la sala Errore tipico di chi arriva
Richiamo Sequenza su tavola di legno Si entra, si sistema il posto, ci si siede Restare a parlare in corridoio
Inizio della seduta Campana, più colpi Immobilità, si comincia Sistemarsi il cuscino dopo il segnale
Fine della seduta Campana, due colpi in molti centri Inchino da seduti, ci si alza per la camminata Alzarsi prima dell’inchino
Fine della camminata Campana, un colpo Ci si ferma, si torna al proprio posto Continuare a camminare fino al posto
Chiusura Campana e, dove previsto, recitazione Inchini finali, si esce in ordine Uscire prima degli altri

Il numero dei colpi non è universale. Molti centri usano tre colpi per iniziare, due per passare alla camminata e uno per chiuderla, ma esistono convenzioni diverse e non c’è modo di indovinarle. È esattamente il tipo di informazione che si chiede in trenta secondi prima di entrare, e che nessuno pensa mai a dare.

Kinhin: la camminata che quasi nessuno spiega

Fra un blocco di seduta e l’altro si cammina, e questa parte spiazza più della seduta stessa. Ci si alza, si sistema il cuscino, si fa un inchino e ci si dispone in fila lungo il perimetro della sala, muovendosi tutti nella stessa direzione, con le mani nella posizione shashu.

Il passo dipende dalla scuola. Nella linea Soto è lentissimo: si avanza di circa mezzo piede a ogni respiro completo, e la sensazione iniziale è di stare fermi. Nella linea Rinzai si cammina invece a passo deciso, quasi sostenuto. Chi conosce solo una delle due versioni e capita nell’altra pensa di aver sbagliato ritmo: non ha sbagliato niente, sono due tradizioni diverse.

Regole pratiche: non si sorpassa, non si taglia in diagonale, non si guarda in giro. Se ci si perde nella sequenza, si fa quello che fa la persona davanti. Alla fine si torna al proprio posto, si fa l’inchino e ci si siede: chi arriva con qualche secondo di anticipo resta in piedi e aspetta.

Se arrivi in ritardo, se devi uscire, se il ginocchio si blocca

Il ritardo si gestisce con una regola quasi universale: chi arriva dopo l’inizio non entra. Si aspetta fuori, seduti o in piedi, e si entra durante la camminata, inserendosi in coda alla fila. In alcune sale l’ingresso è consentito anche fra un blocco e l’altro, in altre no. È la seconda domanda da fare quando si telefona per informarsi, subito dopo l’orario.

Uscire durante la seduta è ammesso ovunque, e non richiede giustificazione. Ci si alza lentamente, si fa un inchino verso il proprio posto e si esce senza guardare nessuno. Nessuno ne parlerà dopo. Restare fermi a soffrire per non disturbare è la scelta peggiore delle due, e produce l’unica cosa che davvero disturba gli altri, cioè una persona che si agita in continuazione.

Sul dolore vale un principio semplice: si distingue il fastidio che passa cambiando posizione dal dolore che segnala un problema. Il primo si attraversa, il secondo no. Se un ginocchio si blocca o un piede si addormenta al punto da non reggere il peso, ci si muove lentamente e si cambia postura, e la volta successiva si passa al panchetto o alla sedia. Chi ha problemi alla schiena, alle anche o alle ginocchia lo dice prima a chi conduce, invece di scoprirlo al ventesimo minuto.

Il kyosaku e il fraintendimento che lo circonda

È il bastone piatto di legno che in alcune sale viene usato per un colpo secco sulle spalle. Attorno a questo oggetto circolano più leggende che informazioni, e vale la pena mettere le cose in ordine.

Nella pratica Soto contemporanea il colpo si chiede: chi sente di stare cedendo al sonno o alla rigidità fa un gesto a mani giunte quando chi porta il bastone passa, e riceve il colpo sui trapezi, non sulla schiena né sulla testa. Nella tradizione Rinzai l’uso storico prevede anche la somministrazione da parte di chi sorveglia la sala, senza richiesta. In molti centri europei il bastone non c’è più, oppure viene proposto solo durante i ritiri lunghi e sempre su richiesta.

Il punto per chi arriva la prima volta è che nessuno riceverà un colpo senza averlo chiesto, e che è del tutto legittimo dire in anticipo di non volerlo. Un centro che non accetta questa risposta ha un problema che va oltre il bastone.

Che cosa cambia da una scuola all’altra

Le differenze fra Soto e Rinzai, le due scuole zen giapponesi più diffuse in Europa, riguardano la direzione dello sguardo, la velocità della camminata, l’uso del bastone e il peso dato al lavoro sui koan, che nella linea Rinzai è centrale e comporta colloqui individuali. Sono differenze sostanziali, non stilistiche, e ciascuna tradizione ha una coerenza interna che non si mescola bene con l’altra.

Poi ci sono i gruppi laici, che praticano senza una comunità monastica di riferimento e adattano il rituale: meno inchini, nessun bastone, spesso una spiegazione iniziale per i nuovi. Non sono versioni annacquate ma formule diverse, e per chi comincia sono spesso più semplici. Chi arriva da un percorso di osservazione consapevole trova una differenza netta: qui non si scandagliano le sensazioni con un metodo, e le istruzioni sono molto più scarne.

La conseguenza operativa è una sola. Le informazioni raccolte in un centro non si trasferiscono automaticamente a un altro, nemmeno all’interno della stessa scuola. In un luogo dedicato al silenzio le convenzioni locali contano quanto la tradizione, e chiedere non è mai fuori posto.

Le regole della sala zen valgono anche per chi conduce

Metà del disagio dei principianti si eviterebbe con cinque minuti di istruzioni date prima, all’ingresso, da chi apre la sala. Le regole della sala zen sono trasparenti per chi le pratica da anni e completamente opache per chi entra oggi, e la responsabilità di colmare quella distanza sta da una parte sola.

Il minimo da dire a chi arriva sta in un minuto: dove sedersi, quanto dura ogni blocco, cosa fare al segnale sonoro, come si esce se serve, e che il dolore non si sopporta per disciplina. Il resto si impara guardando, ed è giusto così.

Va detta anche una cosa sui limiti. Una sala di pratica non è un contesto clinico e chi conduce non ha una formazione sanitaria. Le sedute lunghe e i ritiri possono far emergere immagini o stati intensi: la tradizione stessa insegna a non attribuire loro un valore particolare e a proseguire. Se però l’agitazione persiste nei giorni successivi, o se una persona attraversa una fase difficile, la risposta corretta è parlarne con chi conduce e, quando serve, rivolgersi a un professionista della salute. Aggiungere sedute non è una risposta.

Domande frequenti

Devo inchinarmi anche se non sono buddhista?

L’inchino nella sala funziona come un saluto e non richiede alcuna adesione. Se il gesto crea disagio, un cenno del capo è sufficiente e non lo noterà nessuno. Nei centri seri la questione è considerata normale e non viene mai sollevata.

Quanto dura una seduta?

Un blocco di zazen dura in genere fra i venticinque e i quaranta minuti, e in una serata se ne fanno due separati dalla camminata. I ritiri usano la stessa unità ripetuta per l’intera giornata. Se un centro non dichiara la durata prima, è una domanda legittima da fare al telefono.

Posso praticare su una sedia senza sembrare fuori posto?

Sì, e nelle sale ben tenute le sedie sono già disposte insieme ai cuscini. La postura seduta su sedia è una postura completa: il criterio non è la forma delle gambe, ma una schiena che regga per mezz’ora senza appoggiarsi.

Che cosa succede se sbaglio un inchino o mi siedo nel posto sbagliato?

Niente. Qualcuno farà un gesto per indicare il posto giusto, e la cosa finisce lì. L’idea che una sala zen sia un ambiente in cui gli errori vengono sanzionati appartiene a una certa letteratura, non alle sale reali.

Posso fare domande durante la seduta?

No, e in genere neanche subito prima. Quasi tutti i centri prevedono un momento dopo la pratica, oppure un colloquio su appuntamento con chi guida. Le domande accumulate durante il silenzio, del resto, si dimezzano da sole quando arriva il momento di formularle.

Serve un abbigliamento particolare?

Scuro, comodo, che non stringa e non faccia rumore. Nessun capo rituale è richiesto agli ospiti: le vesti che si vedono addosso ad alcuni praticanti indicano un percorso formale nella comunità e non sono un requisito per sedersi.

Dopo tre o quattro presenze i gesti smettono di essere una lista da ricordare e diventano il modo in cui ci si muove in quella stanza. È il momento in cui la sala comincia a funzionare come si suppone che funzioni: nessuno spiega più niente, e non serve.

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